giovedì 29 gennaio 2015

Allergie: guerra preventiva

Jaro P via Wikimedia Commons
Prevenire le allergie si può, o almeno ridurne sensibilmente il rischio. Nelle sue nuove linee guida appena pubblicate, l'Organizzazione Mondiale per le Allergie raccomanda alle future e alle neomamme di assumere probiotici durante gravidanza e allattamento e somministrarne ai loro bimbi nei primi mesi di vita. In questo modo, se il piccolo è ad alto rischio di malattia allergica per familiarità, la probabilità che ne soffra si riduce del 5-15%.

La malattia allergica in tutte le sue manifestazioni, eczema, asma, rinite, disturbi gastrointestinali, è un male comune soprattutto nei Paesi industrializzati e soprattutto tra i bambini. Chiediamo ad Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, che ha coordinato la stesura delle nuove linee guida, che percentuale di bimbi italiani soffre di allergie oggi?

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"Il 25%", risponde l'allergologo.

Di quanto è aumentata questa percentuale negli ultimi 20 anni nel nostro Paese?

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"L'incremento è stato del 18%, dal 7% di 20 anni fa alle cifre attuali"

Quali sono le cause di una simile impennata?

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"Il fatto che oggi le famiglie siano meno numerose. I figli unici corrono un rischio maggiore di sviluppare allergie perché hanno minori occasioni di contatto con altri bambini", dice Fiocchi. "L'aumentare delle gravidanze in età avanzata. La sterilità che accompagna oggi l'atto della nascita e l'estrema cura dell'igiene dei bambini".

Sono tutti cambiamenti ambientali che da un lato proteggono dal contatto con i microrganismi patogeni e dunque dalle infezioni, ma dall'altro influiscono negativamente sul sistema immunitario predisponendo allo sviluppo delle allergie. Gli studi clinici dimostrano che questa predisposizione può essere almeno in parte corretta mantenendo la varietà e l'equilibrio della flora intestinale, risultato che si ottiene assumendo probiotici, microrganismi viventi, contenuti in molti alimenti comuni, come lo yogurt e il latte fermentato, che modulano la risposta immunitaria.
La loro assunzione, secondo le linee guida, è raccomandata alle donne che aspettano un bimbo ad alto rischio di allergia, perché figlio o fratello di allergici, alle mamme che allattano un bimbo ad alto rischio e agli stessi neonati ad alto rischio, nei primi mesi di vita.
Ma i probiotici non sono tutti uguali. Quali scegliere?
 
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"Le linee guida che stiamo pubblicando elencano alcuni specifici microrganismi la cui efficacia nella prevenzione delle allergie è dimostrata da prove più solide", spiega Fiocchi.

A chi devono rivolgersi, dunque, le future e neomamme per avere l'indicazione del prodotto giusto?

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"In gravidanza al ginecologo, in seguito al pediatra", risponde.

"Devono, anzi, sollecitare il medico curante a informarsi sull'argomento per dare loro le necessarie indicazioni, visto che si tratta di una novità di cui non tutti sono a conoscenza", conclude Fiocchi

domenica 25 gennaio 2015

#gattiniperlascienza 9

Detergenti e cosmetici che contengono glutine, compresi dentifrici e rossetti, che entrano in contatto con la pelle o le mucose della bocca non costituiscono un pericolo per la salute di chi è affetto da celiachia.
L'eventuale minima quantità di rossetto o dentifricio ingerita accidentalmente non è sufficiente a provocare danni.
Maggiori informazioni sul sito dell'Associazione Italiana Celiachia.

venerdì 23 gennaio 2015

9 regole per la neve sicura

 SkiHoodoo via Wikimedia Commons

Pronti a partire per la settimana bianca?
Ecco 9 regole stilate dagli specialisti dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma per garantire un divertimento sano e sicuro ai bimbi sulla neve.

1- Sci ai piedi non prima dei 4 anni

2- Una visita di controllo dal pediatra prima della partenza per avere il suo ok, anche se non c'è obbligo di certificato medico per sciare, a meno di attività agonistica

3- Casco in testa quando si scia

4- Iscrivere il bambino a una scuola di sci. I maestri sono preparati per insegnare ai piccoli, meglio che siano loro a farlo, piuttosto che i genitori, per quanto siano bravi sciatori

5- Colazione ricca di zuccheri prima di andare in pista

6- Cinque minuti di riscaldamento e stretching prima di mettere gli sci ai piedi

7- Occhi protetti da occhiali da sole dotati di filtro anti UVA e UVB. Meglio acquistarli dell'ottico o in farmacia per essere certi della qualità

8- Usare una crema ad elevato indice di protezione solare anche se il cielo è nuvoloso, da applicare più volte al giorno, con particolare attenzione al contorno occhi, naso e labbra

9- I bimbi che soffrono di asma possono avere un peggioramento a causa dell'aria fredda, dello sforzo fisico e dell'altitudine. Consultare il pediatra per indicazioni specifiche.

martedì 13 gennaio 2015

Diventare mamma dopo un tumore


Marina aveva 28 anni, un lavoro, un compagno, una normale vita piena di impegni, quando le hanno diagnosticato il tumore al seno. “Improvvisamente tutto è sparito in un buco nero”, racconta. “Le mie priorità, i miei desideri... tutto ingoiato dalla malattia. Ho fatto esami, biopsie, l'intervento, la radio e la chemio”.
Da principio, non le è venuto in mente di chiedere se le terapie potevano compromettere la sua fertilità, se dopo avrebbe ancora potuto diventare mamma. “Il mio unico pensiero era salvare la pelle, arrivarci, al dopo”, dice Marina. “Non mi sono informata, non ho chiesto e nessuno mi ha detto nulla”.
Durante la chemio il ciclo si è interrotto e, a distanza di due anni dalla fine delle terapie, non è ancora ripartito. “Ora che mi sento più tranquilla, che la grande paura è passata, mi chiedo se tornerò fertile, se potrò cercare una gravidanza spontanea, se dovrò fare ricorso alla PMA”, si interroga.

Un problema di tante

Sono sempre più numerose le donne che affrontano la questione della maternità dopo un cancro, perché sono in aumento le diagnosi in età fertile di alcuni tipi di tumore, perché la ricerca della prima gravidanza si è spostata in avanti e perché migliorano progressivamente le prospettive di guarigione.
“Ogni anno 5.000 donne nel nostro Paese devono confrontarsi con un tumore quando potrebbero ancora diventare madri”, spiega Elisabetta Iannelli, segretaria della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia.
Il cancro al seno e i linfomi rappresentano il 60% dei tumori diagnosticati sotto i 40 anni e nella maggior parte dei casi vengono trattati con chemioterapia potenzialmente tossica per la funzione ovarica. Ogni anno, dunque, sono circa 3.000 le donne a rischio di menopausa precoce a causa di una terapia antineoplastica. “Dai dati della letteratura si evince che la metà, circa 1.500, è interessata a preservare la propria fertilità”, dice Fedro Peccatori, direttore dell'Unità di Fertilità e Procreazione dell'Istituto Europeo di Oncologia.
La risposta del Servizio Sanitario Nazionale a questa esigenza per il momento è insufficiente. “Non sono stati definiti percorsi clinico assistenziali dedicati, l'informazione alle dirette interessate è carente e i farmaci necessari per preservare la fertilità sono interamente a carico delle pazienti”, osserva Iannelli.
Rhoda Baer via Wikimedia Commons

Le cause dell'infertilità

Tutti i trattamenti antitumorali possono compromettere la fertilità femminile, temporaneamente o definitivamente. Se la malattia coinvolge l'apparato genitale, l'intervento chirurgico di rimozione del tumore può comportare la perdita o la riduzione della capacità riproduttiva e l'irradiazione dell'addome può danneggiare l'utero o le ovaie.
Inoltre, in qualunque sede sia localizzato il tumore, la chemioterapia può indurre menopausa precoce. “Il rischio di sterilità dipende da diversi fattori: età della donna, lunghezza del trattamento e scelta dei farmaci”, spiega Fedro Peccatori. “Quelli a maggior rischio sono i regimi di chemio che contengono i farmaci della classe degli alchilanti, come la ciclofosfamide il melphalan e il busulfano. Anche altri farmaci sono potenzialmente tossici, ad esempio le antracicline e i taxani”.
Infine, l'ormonoterapia, utilizzata nel trattamento di alcuni tipi di tumore della mammella, quelli sensibili all'azione del progesterone o degli ormoni estrogeni, comporta anch'essa un rischio di infertilità, sebbene inferiore a quello della chemio.

Due possibili approcci

Due sono i possibili approcci per preservare la fertilità in vista di un trattamento chemioterapico. “La raccolta di ovociti e la loro crioconservazione per un successivo utilizzo, e la somministrazione di farmaci che proteggono le ovaie durante la terapia”, dice Peccatori. “Entrambe le tecniche possono essere applicate alla stessa paziente e il tasso di successo è relativamente elevato”.
Il congelamento degli ovociti offre il 30% di probabilità di diventare madre dopo la guarigione, ma non sempre è praticabile, perché la stimolazione ovarica e la raccolta di cellule richiedono non meno di dieci giorni e a volte non si può aspettare, non si può ritardare l'avvio del trattamento antitumorale. “Di solito si preferisce eseguire la stimolazione dopo avere rimosso chirurgicamente la neoplasia”, prosegue Peccatori. “Le più recenti evidenze confermano che non c'è un rischio aumentato di recidiva se la paziente si sottopone a stimolazione ovarica e crioconservazione ovocitaria anche in presenza di neoplasie ormonosensibili. In questo caso si usano regimi di stimolazione adattati”.
I farmaci che proteggono le ovaie durante la chemioterapia sono gli LHRH analoghi, che annullano la produzione di estrogeni, inibiscono l'attività ovarica e così facendo rendono i follicoli meno sensibili all'azione dannosa dei chemioterapici. “I dati della letteratura dimostrano una protezione che va dal 17 al 60% di riduzione del rischio di amenorrea”, puntualizza Peccatori.
Tom e Katrien via Wikimedia Commons

Le carenze del servizio sanitario

La difficoltà maggiore a cui vanno incontro oggi le donne che desiderano preservare la propria fertilità durante un trattamento antitumorale è il costo dei farmaci necessari, che è interamente a carico della paziente.
“Gli LHRH analoghi sono indicati per il trattamento del tumore mammario endocrinoresponsivo in premenopausa, della pubertà precoce, dei fibromi e dall'endometriosi”, spiega Peccatori. “Tra le indicazioni non figura la protezione delle ovaie durante la chemioterapia, dunque il farmaco non è rimborsabile per questo utilizzo e la richiesta di nuova indicazione da parte dell'industria è una pratica complicata e costosa. A fronte di un vantaggio economico non elevato, le aziende non hanno interesse ad ampliare l'indicazione”.
Lo stesso problema riguarda i farmaci utilizzati per stimolare la produzione di ovociti da crioconservare. “La loro prescrizione è gratuita per le coppie infertili, tuttavia formalmente le pazienti oncologiche non sono infertili nel momento in cui accedono alla crioconservazione, perché non hanno ancora iniziato i trattamenti gonadotossici”, spiega Elisabetta Iannelli della FAVO. “Non essendo formalmente infertili, non possono accedere alla prescrizione attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, per questo devono pagare i farmaci”.
La FAVO e altre associazioni di pazienti e famigliari chiedono di applicare a questi medicinali la legge 648/96, che consente di erogare a carico del Servizio Sanitario Nazionale farmaci da impiegare per una indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata, previo parere favorevole della Commissione consultiva Tecnico Scientifica dell’AIFA.
“Chiediamo inoltre di aggiungere ai fogli illustrativi dei farmaci antitumorali gonadotossici gli eventuali effetti nocivi sulla fertilità futura, in modo che i pazienti ne siano informati in
modo semplice e diretto e stimolati a chiedere maggiori chiarimenti ai medici di riferimento”, dice Iannelli.
Quello dell'informazione è un aspetto cruciale della questione. “Non sempre alle donne che ricevono una diagnosi di tumore in età fertile viene prospettata la possibilità di preservare la fertilità, non dappertutto”, osserva Peccatori. “Ci sono centri dove la sensibilità è maggiore e il tasso di informazione è maggiore di altri. Il problema esiste, e la soluzione non può essere lasciata solo alla buona volontà dei singoli. Se vogliamo dare significato alla centralità della paziente nel percorso di cura, non possiamo dimenticare l’importanza della prevenzione della infertilità dovuta ai trattamenti oncologici”.
L'appello delle associazioni di pazienti per la prevenzione dell'infertilità

sabato 3 gennaio 2015

#gattiniperlascienza 7

Il rischio che il nascituro sviluppi un difetto del tubo neurale, come la spina bifida, la labiopalatoschisi o l'anencefalia, può essere drasticamente abbattuto assumendo una dose quotidiana da 0,4 milligrammi di acido folico per un mese almeno prima del concepimento e per tutto il primo trimestre di gravidanza.