mercoledì 7 giugno 2017

Decreto vaccini: che cosa devono fare i genitori


Ecco una rappresentazione schematica per illustrare che cosa sono chiamati a fare i genitori dal decreto vaccini. Lo so, la grafica non brilla per eleganza. Spero che sia utile e quando avrò più tempo ne preparerò una versione esteticamente più valida, nonché qualche approfondimento.

Ecco tre chiarimenti che aggiungo dopo la lettura delle spiegazioni pubblicate sul sito del Ministero della Salute.

1. L'obbligo di effettuare tutte e 12 le vaccinazioni riguarda solo i nati a partire dal 2017.
Per i nati dal 2001 al 2011 sono obbligatorie l'esavalente (tetano, difterite, epatite B, polio, Hib, pertosse) e la trivalente (morbillo, parotite, rosolia).
Per i nati dal 2012 al 2016 si aggiunge il meningococco C.
Per i nati dal 2017 si aggiungono meningococco B e varicella.

2. In caso di inadempienza, dopo la segnalazione alla ASL da parte della scuola, la ASL convoca i genitori e li invita a mettere in regola il bambino entro un certo intervallo di tempo. Solo se i genitori rifiutano viene inflitta la multa e il caso viene segnalato al Tribunale dei Minorenni.

3. Per l'anno scolastico 2017-2018 la scadenza per presentare la documentazione alle scuole è il 10 settembre 2017. In caso si presenti l'autocertificazione, la documentazione va presentata entro il 10 marzo 2018.

Decreto vaccini: punti principali e dubbi aperti

Nel momento in cui scrivo queste righe, il decreto vaccini approvato il 19 maggio scorso dal Consiglio dei Ministri non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma il Sole 24 Ore ha reso disponibile un'anteprima della bozza.
L'ho letta ed ho trovato risposta ad alcuni dei dubbi che avevo, non su tutti. Nelle prossime ore cercherò di contattare chi mi sappia chiarire le questioni residue.

Ecco quindi i punti principali del decreto:

L'obbligo

Viene istituito l'obbligo per le seguenti vaccinazioni: anti-polio, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Hib, anti-meningococco B, anti-meningococco C, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella.

"Secondo la coorte di nascita"

Il testo del decreto aggiunge "in base alle specifiche indicazioni del Calendario Vaccinale Nazionale relativo a ciascuna coorte di nascita". Il che vuol dire che al bimbo iscritto all'asilo a 6 mesi non può essere richiesta la vaccinazione anti-morbillo, che si somministra a 13 mesi. Un'altra implicazione, di cui però non sono sicura, è quella della non retroattività: il bambino di 10 anni, non vaccinato contro il meningococco B perché quella specifica vaccinazione non era raccomandata per la sua coorte di nascita, non è tenuto a recuperare la vaccinazione fuori dalle indicazioni del Calendario Nazionale. Su questo ultimo punto, mi riservo di chiedere chiarimenti.

Il bimbo immune perché ha avuto la malattia

Non è tenuto alla vaccinazione il bambino che è naturalmente immune perché ha avuto la malattia. Per certificare l'immunità acquisita naturalmente, fa fede la segnalazione che il pediatra di libera scelta deve aver fatto all'epoca in cui il bimbo è stato ammalato. Quindi, parrebbe non bastare una semplice certificazione del pediatra. Deve risultare la segnalazione. Non so come vengano raccolte e registrate queste segnalazioni, obbligatorie secondo il Decreto Ministeriale del 15 dicembre 1990. In caso non si possa produrre documentazione dell'avvenuta segnalazione, è richiesto il test anticorpale che dimostri l'effettiva immunità.

L'esonero per accertato pericolo

L'esonero dalla vaccinazione, se il bimbo non è naturalmente immune, è previsto solo in caso di accertato pericolo per la salute in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate. La certificazione del pericolo e dunque la richiesta di esonero, spetta al pediatra di famiglia.

La documentazione e l'autocertificazione

La documentazione relativa alle vaccinazioni deve essere presentata all'atto di iscrizione a scuola ogni anno. Per l'anno scolastico 2017-2018 deve essere presentata entro il 10 settembre. La documentazione consiste nel certificato vaccinale rilasciato dalla ASL di competenza, oppure nell'attestato della presentazione di formale richiesta di vaccinazione alla ASL di competenza. Immagino, quindi, che in caso di liste d'attesa, nel momento in cui i genitori prenotano la vaccinazione la ASL dovrà rilasciare una ricevuta della prenotazione, da esibire a scuola. Questa però è una mia illazione. Immagino che i dettagli verranno stabiliti in fase di attuazione.

La documentazione potrà essere sostituita da un'autocertificazione, nel qual caso, i documenti originali dovranno essere presentati entro il 10 luglio successivo. Per l'anno scolastico 2017-2018, in caso di autocertificazione, i documenti originali dovranno essere presentati entro il 10 marzo dell'anno successivo.

Se il bambino è inadempiente

I presidi e i direttori di tutte le scuole, pubbliche e private, paritarie e non paritarie, comprese i servizi educativi per l'infanzia pubblici e privati, dovranno raccogliere la documentazione e segnalare alla ASL di competenza eventuali inadempienze. I direttori dei servizi educativi per l'infanzia non accetteranno l'iscrizione se la documentazione non risponde ai requisiti.

Ricevuta la segnalazione di inadempienza da parte della scuola, la ASL convocherà i genitori del bambino e chiederà loro di mettere in regola il piccolo entro un dato intervallo di tempo. Trascorso questo tempo, il caso verrà segnalato al Tribunale dei Minorenni e ai genitori verrà inflitta una multa di entità variabile tra i 500 e i 7.500 euro. Il decreto non specifica su che base verrà stabilita l'entità della multa caso per caso. Inoltre, a proposito del Tribunale dei Minorenni, non si parla di sospensione della potestà genitoriale, ma più genericamente si dice: "per gli eventuali adempimenti di competenza".

I prossimi passi

Nelle prossime ore il decreto dovrebbe uscire sulla Gazzetta Ufficiale e bisognerà verificare che il testo coincida con quello di questa bozza. Dopo di che, il Ministro Lorenzin ha annunciato che chiarirà i dubbi sulla norma. Infine, la settimana prossima il decreto andrà al vaglio della Commissione Igiene e Sanità del Senato e inizierà così il suo iter parlamentare, durante il quale sicuramente subirà delle modifiche.


sabato 27 maggio 2017

Il Governo vuole affossare l'omeopatia?

Alle polemiche sulla nuova politica vaccinale s'è sovrapposta negli ultimi giorni la protesta dei sostenitori dell'omeopatia, che accusano il Governo di voler sopprimere il diritto alla libertà di cura, affossando il mercato dei medicinali omeopatici. Fermiamoci un attimo a capire che cosa sta succedendo e a che cosa si riferiscono le accuse.

Per legge tutti i medicinali per uso umano in vendita nei Paesi dell'Unione Europea devono essere dotati di una Autorizzazione all'Immissione in Commercio (AIC) che si ottiene presentando alle autorità regolatorie la documentazione che dimostra la sicurezza e l'efficacia degli stessi medicinali. Le aziende produttrici di medicinali omeopatici che entro il 30 giugno 2017 non avranno presentato all'AIFA la documentazione necessaria per ottenere l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio dei loro prodotti dovranno ritirarli dal mercato entro la fine di giugno del 2018.
Omeoimprese, l'associazione che riunisce le industrie del settore, chiede la proroga di un anno della data di scadenza. In caso contrario, il presidente dell'associazione Giovanni Gorga prospetta danni economici gravi, la chiusura delle piccole imprese, la perdita di migliaia di posti li lavoro e la scomparsa dal mercato di prodotti in vendita da decenni “con un inestimabile danno per medici e pazienti che utilizzano le terapie omeopatiche”, come dichiara Gorga stesso.


Sicurezza ed efficacia


Nel 2001, la Comunità Europea ha emanato la direttiva 2001/83/CE riguardante tutti i prodotti medicinali per uso umano, compresi quelli omeopatici, che ha lo scopo di uniformare le normative nazionali sulla registrazione e autorizzazione dei medicinali. L'Italia l'ha recepita con il Decreto Legislativo del 24 aprile 2006 n.219.
La direttiva stabilisce che anche i prodotti omeopatici devono presentare una documentazione per ottenere l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio”, dice il farmacologo.

“L'approvazione di un nuovo farmaco richiede tutto un percorso di studi preclinici e clinici e avviene in sede europea da parte dell'European Medicines Agency (EMA)”, spiega il farmacologo Silvio Garattini. Per ottenere l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio, l'azienda produttrice del farmaco ne deve dimostrare la sicurezza e l'efficacia.
“Al contrario, i prodotti omeopatici attualmente in vendita nel nostro Paese non sono stati approvati da nessuna autorità regolatoria”, prosegue Garattini. La loro presenza sul mercato è stata solamente notificata al Ministero della Salute e godono di una autorizzazione provvisoria. Ora devono adeguarsi alle procedure previste dalla direttiva europea e dal suo recepimento in Italia.

Almeno la sicurezza...


Quella riservata ai prodotti omeopatici per adeguarsi alla direttiva, però, non è la stessa procedura a cui vengono sottoposti i farmaci convenzionali, ma una procedura semplificata. “Non richiede alcuna dimostrazione di efficacia, dal momento che i medicinali omeopatici non contengono quantità misurabili di principio attivo”, spiega Garattini. “Richiede solo la dimostrazione della loro sicurezza”. 
I prodotti così registrati non possono riportare né sul foglietto illustrativo, né sull'etichetta, né su eventuali pubblicità specifiche indicazioni terapeutiche. Cioè il produttore non può dichiarare che il tale medicinale è indicato per il trattamento del tale disturbo. “Proprio perché l'efficacia terapeutica non è dimostrata”, dice il farmacologo.

Se l'efficacia terapeutica di un prodotto omeopatico fosse effettivamente dimostrabile, il produttore potrebbe registrarlo con procedura completa, come quella dei farmaci convenzionali. In tal caso, potrebbe dichiarare le indicazioni terapeutiche su etichetta e foglietto illustrativo. “Ma non mi risulta che ciò sia mai stato richiesto in Italia”, precisa Garattini.


Il tempo non basta mai


Questa, dunque, è la documentazione che le aziende produttrici di medicinali omeopatici devono presentare all'AIFA entro il 30 giugno 2017. Precedentemente la data di scadenza era stata fissata al 30 giugno 2015, ma le aziende chiesero e ottennero una prima proroga

In occasione dell'approvazione dell'emendamento (alla legge di stabilità del 2015) che consentiva la proroga, Fausto Panni, all'epoca presidente di Omeoimprese, dichiarò: “L'emendamento approvato è un traguardo molto importante per l'industria omeopatica in Italia. Il traguardo è stato tagliato grazie al costante lavoro dei parlamentari che hanno seguito con molta competenza l'intera vicenda. I ripetuti incontri con il Ministero e AIFA hanno portato a definire un percorso che soddisfa tutti”. A distanza di due anni, Omeoimprese chiede una nuova proroga, denunciando la “crociata” del Governo contro la libertà di cura.

Con la precedente proroga, le aziende hanno avuto più anni a disposizione per raccogliere e presentare le informazioni necessarie. Si può presumere che abbiano investito energie per ottemperare alle richieste, nel proprio stesso interesse”, osserva Lorenzo Moja, specialista in igiene e medicina preventiva presso l'Università Statale di Milano. “Tutti i prodotti di cui si può dimostrare la sicurezza sono avvantaggiati dalla certificazione, che consolida la loro posizione sul mercato e garantisce i consumatori. Ricordiamo che prodotti sulla cui sicurezza non si hanno informazioni oggi vengono impiegati da bambini, donne in gravidanza, malati oncologici… Ognuno è libero di comprare qual che vuole, ma bisogna avere certezze su cosa c'è dentro”.

Perché, dunque, il tempo non basta mai? “Continuano a chiedere proroghe perché non hanno i dati richiesti”, dice Silvio Garattini. “Questo è il vero problema”.

Riassumendo


Un farmaco convenzionale non entra in commercio se il produttore non ne dimostra sicurezza ed efficacia. Per i medicinali omeopatici si fa un'eccezione: non è necessario dimostrarne l'efficacia, ma almeno la sicurezza sì. Tutti quelli attualmente in commercio in Italia sono privi di autorizzazione. Per loro, dunque, non è dimostrata neppure la sicurezza. Entro il 30 giugno 2017 le aziende produttrici di medicinali omeopatici devono presentare la documentazione che certifica la sicurezza dei loro prodotti, origine e qualità delle materie prime, ma le aziende non ci stanno e chiedono una proroga. Il rifiuto della proroga da parte del Governo dimostrerebbe, secondo Omeoimprese, la volontà di affossare il settore dell'omeopatia e limitare il diritto alla libertà di cura dei cittadini.







mercoledì 10 maggio 2017

Hai qualcosa che non va? Forse è intolleranza alimentare...


"Gonfiore addominale, emicrania, inappetenza? Dietro ci possono essere decine di motivi. Noi ne analizziamo 108. Fai il test sulle intolleranze alimentari nei nostri laboratori. Il test sulle intolleranze alimentari è consigliato nei casi di sovrappeso, insonnia, emicrania, irregolarità intestinale, inappetenza, gonfiore agli arti, tensione addominale, irregolarità mestruale".
Il cartellone pubblicitario di una catena di laboratori diagnostici privati occhieggia dalla parete della stazione della metropolitana. Sono sul treno e ho appena il tempo di scattare una rapida foto col cellulare. Riflettendoci, almeno tre o quattro di questi sintomi mi affliggono o mi hanno afflitto nelle ultime settimane.

Immagino che sia lo stesso per la maggior parte dei passanti che gettano uno sguardo sul cartellone. Si chiamano "sintomi aspecifici", cioè comuni a molte patologie e anche a condizioni parafisiologiche, come la stanchezza o un'occasionale indigestione. Infatti sul cartellone c'è scritto che "dietro ci possono essere decine di motivi". Tra queste decine di motivi, suggerisce la pubblicità, potrebbe esserci un'intolleranza alimentare. E allora, perché non spendere 119 Euro per sottoporsi a un esame che permette di diagnosticare intolleranza a bel 108 diversi alimenti? In caso risultasse positivo, si può usufruire di una consulenza nutrizionale con un piccolo sovrapprezzo e... oplà, il disturbo non c'è più.

Lo sento dire spesso, parlando tra amici e conoscenti: mi sento un po' giù, sarà un'intolleranza alimentare? Oppure: non riesco a dimagrire, dovrei eliminare gli alimenti a cui sono intollerante... Quello delle intolleranze alimentari è un calderone dai confini indefiniti, in cui riversare ogni malessere, ogni fastidio piccolo o grande. La confusione giova a tanti sedicenti esperti, che propongono test inverosimili, basati su teorie strampalate che nulla hanno di scientifico, e poi prescrivono diete di esclusione squilibrate e dannose per la salute.

Al rientro a casa, consulto il sito web indicato sul cartellone. Sono curiosa di conoscere la loro definizione di intolleranza alimentare e quali esami offrono per diagnosticarla. Noto, innanzi tutto, che si tratta di una rispettabile catena di laboratori, alcuni dei quali convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, che effettuano veri esami diagnostici. Non è la fuffa che mi aspettavo.




Nella pagina di approfondimento che il sito dedica all'argomento leggo che l'intolleranza alimentare si manifesta quando l'organismo non riesce a digerire correttamente un alimento o una componente di esso. Il test offerto dalla catena di laboratori e consigliato a chi sperimenta uno dei numerosi sintomi aspecifici già citati, quindi buona parte dell'umanità, "viene eseguito con metodica ELISA su un campione di siero ed è volto a individuare quali sono gli alimenti e le proteine alimentari che disturbano l'organismo provocando una reazione immunologica mediata da anticorpi IgG". Qui occorre fermarsi e fare un po' di chiarezza.


Allergia o intolleranza?


Ho contattato Donatella Macchia, immunologa dell'Ospedale San Giovanni di Dio di Firenze e responsabile dell'area allergie alimentari della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC), e le ho chiesto di spiegarmi la differenza tra allergie e intolleranze alimentari e che cosa hanno a che vedere le une e le altre con gli anticorpi.

"L'allergia alimentare è una malattia correlata con la produzione di anticorpi IgE specifici verso proteine alimentari, quindi è la componente proteica che negli allergici può far scatenare i sintomi", mi ha risposto. "I sintomi si manifestano a breve distanza dal pasto e non sono dipendenti dalla dose di cibo assunta, cioè anche una minima quantità può scatenare la sintomatologia". Si tratta, dunque, di una reazione anomala del sistema immunitario che produce per errore anticorpi specifici contro una o più proteine contenute negli alimenti, di per sé innocue.

Poi c'è la malattia celiaca, altrimenti detta intolleranza al glutine, frutto anch'essa di una reazione immunitaria anomala. "È malattia permanente legata a un errore del sistema immunitario che riconosce il glutine del grano e di altri cereali come un nemico e lo attacca", spiega Macchia, "producendo anticorpi specifici". Non si tratta, però, di anticorpi IgE.

Infine, ci sono le intolleranze alimentari diverse dalla celiachia. "Sono condizioni generalmente transitorie, legate a riduzione di produzione di enzimi digestivi, come nel caso dell'intolleranza al lattosio, oppure legate a riduzione della tolleranza verso sostanze che sono presenti naturalmente negli alimenti, come l'istamina e la tiramina, oppure aggiunte agli alimenti, per esempio conservanti o coloranti", spiega l'allergologa. "Non sono legate ad anticorpi specifici e sono dose-dipendenti, cioè più mangi e peggio stai. In genere l'intolleranza alimentare è secondaria ad altre condizioni. Ad esempio, l'intolleranza agli zuccheri e in particolare al lattosio può essere secondaria a celiachia oppure ad altre patologie gastroenteriche". Dunque l'intolleranza non ha nulla a che fare con il sistema immunitario: è un problema di natura diversa. Per esempio, nel caso del lattosio è dovuta alla carenza dell'enzima che permette di digerirlo e assimilarlo. Quel che si legge nel sito pubblicitario del laboratorio diagnostico a proposito delle intolleranze alimentari, e cioè che "disturbano l'organismo provocando una reazione immunologica mediata da anticorpi IgG", è falso.

Mal di testa, stanchezza, sovrappeso... di tutto un po'


Quali sono i sintomi che possono essere correttamente attribuiti ad allergia alimentare e quali a intolleranza alimentare? "I sintomi delle allergie alimentari sono: prurito del cavo orale, gonfiore delle mucose, orticaria e prurito diffusi, disturbi gastroenterici come nausea, mal digestione, diarrea e vomito, oppure sintomi più gravi come edema della glottide e shock anafilattico, fino alla perdita di conoscenza", risponde Macchia. "I sintomi delle intolleranze alimentari possono essere anche gli stessi, ma ad insorgenza più lenta, meno drammatica. Ci possono essere anche mal di testa e altri disturbi, ma non certo il sovrappeso!"

Attribuire a queste patologie un gran numero di sintomi aspecifici comporta la percezione diffusa che le persone affette da allergie o intolleranze alimentari siano ben più di quelle che ne soffrono effettivamente. In un recente testo della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri dal titolo "Allergie e intolleranze alimentari: un documento condiviso" si legge che "la percezione di allergie alimentari nella popolazione è di circa il 20%, mentre l'incidenza del fenomeno interessa circa il 4,5% della popolazione adulta e il 10% della popolazione pediatrica". 
Maggiore è il numero di chi è convinto di soffrire di questi disturbi, maggiore è il numero di chi fa ricorso a test più o meno sensati per la loro diagnosi (con una spesa complessiva di 300 milioni di Euro all'anno, secondo le stime della SIAAIC) e di chi, a fronte di un risultato positivo spesso inattendibile, si sottopone a diete di esclusione che possono risultare squilibrate dal punto di vista nutrizionale. Soprattutto quando si tratta di bambini.

Le intolleranze e la ricerca delle IgG nel sangue


Saltiamo a pié pari i test palesemente fasulli per la diagnosi delle intolleranze alimentari, come il Vega test, che misura la conduttività elettromagnetica del corpo a contatto con le sostanze a cui il soggetto sarebbe intollerante, oppure il DRIA test, che valuta le variazioni della forza muscolare nelle stesse condizioni. Si basano su congetture pseudo-scientifiche e non hanno alcuna validazione.

Al contrario, il metodo ELISA per determinare la presenza di anticorpi nel siero umano è di riconosciuta validità scientifica. Si utilizza, per esempio, per stabilire se una persona è entrata in contatto con il virus dell'AIDS. ELISA è l'acronimo di enzyme-linked immunosorbent assay. È una sorta di trappola molecolare che viene allestita per catturare specifici anticorpi in un campione di siero. Se quegli anticorpi sono presenti, il campione si colora, altrimenti no.
"Attenzione, però, perché qui sta il rischio di essere fuorviati”, avverte Erna Lorenzini, professore aggregato di dietetica applicata e specialista di scienze dell'alimentazione dell'Università di Milano. “Il metodo ELISA è validato come tecnica di laboratorio, cioè permette effettivamente di dosare specifici anticorpi in un campione di siero. Quella che non è validata, in questo caso, è la sua applicazione clinica. Dosare gli anticorpi IgG non serve a nulla ai fini di diagnosticare un'intolleranza alimentare, perché le intolleranze alimentari non hanno nulla a che fare con gli anticorpi, con il sistema immunitario. E neppure le allergie alimentari hanno a che fare con gli anticorpi IgG: sono mediate dagli anticorpi IgE”.

È quel che afferma l'European Academy of Allergy and Clinical Immunology in questo documento. La Canadian Society of Allergy and Clinical Immunology, in questo altro documento, dichiara preoccupazione per la crescente offerta di test basati sul dosaggio delle IgG allo scopo di diagnosticare intolleranze alimentari.

Gli anticorpi IgG, e in particolare gli IgG4, vengono prodotti dal sistema immunitario in risposta al contatto con proteine e classi di proteine contenute negli alimenti”, spiega Lorenzini, “ma non sono mediatori di reazioni infiammatorie. Al contrario, la loro presenza denota che il sistema immunitario ha riconosciuto quelle proteine come estranee ma innocue e ha sviluppato tolleranza nei loro confronti. Se rilevo nel siero di una persona una concentrazione elevata di anticorpi IgG4 specifici di una classe di proteine contenute nel grano, vuol dire che quella persona di recente ha mangiato del grano. Nulla di più, nulla di meno. Come test diagnostico non ha alcun valore, eppure alcuni ambulatori lo offrono con questa valenza e il referto consiste in una lunga lista di alimenti nei confronti dei quali la persona che si è sottoposta all'esame sarebbe intollerante. C'è il rischio che la persona in questione adotti una dieta di esclusione squilibrata e dannosa per la salute, oppure che attribuisca a quelle fantomatiche intolleranze disturbi che sono dovuti invece a una patologia non diagnosticata e quindi non trattata”.

Il percorso diagnostico corretto


Qual è dunque il percorso diagnostico corretto da seguire in presenza di sintomi che fanno sospettare un'allergia o un'intolleranza alimentare? “Non ha assolutamente senso sottoporsi a una batteria di test per identificare possibili allergie o intolleranze a decine di alimenti diversi”, risponde Donatella Macchia. “Occorre rivolgersi allo specialista di riferimento, cioè all'allergologo, perché può effettuare la visita e i test diagnostici appropriati, cioè prick test ed esami sierologici per la ricerca delle allergie ed esami immunologici per la celiachia, e quindi come internista valutare se possono essere presenti altre malattie alla base dei disturbi riferiti. L'allergologo immunologo clinico richiederà successivamente la consulenza di altri specialisti qualora non si tratti di problemi legati strettamente agli alimenti, oppure la consulenza di medici specialisti in scienze dell'alimentazione quando necessario, dopo cioè una corretta diagnosi che comporti l'esclusione di alimenti che veramente hanno determinato i sintomi, il tutto attraverso percorsi diagnostici e terapeutici condivisi, come accade nella nostra USL”.

Perché me la prendo tanto?


Per quale motivo me la sono presa tanto con la catena di laboratori di quella pubblicità, che è solo una goccia nell'oceano di chi guadagna sulla moda delle intolleranze alimentari? C'è di peggio... Sicuramente c'è di peggio, ed è proprio la ragione per cui ho sentito la necessità di scrivere questo post. Chi si rivolge allo studio del guru che propone test alternativi e parla di correnti energetiche, lo fa per fede. E chi sono io per tentare di smuovere la sua fede?

Quelli pubblicizzati nel cartellone che ho fotografato sono ambulatori diagnostici accreditati, con una reputazione di serietà, a cui si rivolgono anche cittadini con la prescrizione del medico di famiglia. Il test proposto per la diagnosi delle intolleranze alimentari fa ricorso a una metodica scientificamente valida, dunque si ammanta di serietà. Viene percepito, dall'utente che consulta il sito, come un esame serio, valido. Ma così non è. È una trappola in cui si può cadere, convinti di rimanere nel solco della medicina basata sulle prove di efficacia.

In definitiva, quella pubblicità fa leva su sintomi aspecifici per proporre direttamente al pubblico, scavalcando medico di famiglia e specialista, una batteria di test di screening a pioggia. Per di più, test che non hanno una validazione scientifica. Per soli 119 Euro. Per evitare queste trappole, evidentemente, non basta fidarsi della reputazione di un centro diagnostico. Bisogna passare da un medico con specifica competenza.


























mercoledì 26 aprile 2017

Il bimbo è nato: prima eravamo in due e adesso siamo in tre

La nascita di un bimbo voluto e cercato porta gioia nella vita dei suoi genitori, è un lieto evento. L'icona della coppia radiosa che sorride al piccolo è un classico dell'immaginario collettivo. Certo, c'è la stanchezza fisica e ci sono le difficoltà organizzative che possono generare qualche contrasto tra mamma e papà nei primi giorni dopo il parto, ma tutto si risolve in breve con un po' di buona volontà e spirito di adattamento.
Eppure, tanti psicologi descrivono la nascita di un figlio, specie il primo, come un'esperienza critica per l'equilibrio della coppia, che può persino causarne la rottura. È solo una questione di stanchezza, qualcosa che non vale la pena di approfondire? O c'è forse una tendenza diffusa a sottovalutare l'enorme cambiamento, sul piano reale e su quello simbolico, che l'ingresso del terzo introduce in una relazione a due e sottacere i sentimenti ambivalenti che i neogenitori possono provare in un momento così importante della loro vita?

Quali dinamiche si attivano nella coppia alla nascita del primo figlio? Quali sono i meccanismi che possono generare tensione e contrasti? L'ho chiesto ad Adriano Legacci, psicoterapeuta e sessuologo di Padova.
Mi ha risposto citando la celebre scena del film “The Matrix” in cui Morpheus offre a Neo la scelta simbolica tra due pillole. “Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant'è profonda la tana del Bianconiglio”.

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Mi ha posto di fronte a una scelta: "Vuole la versione rassicurante, facile da comprendere, accettare e condividere? Oppure vuole gettare uno sguardo sulla straordinaria profondità della mente umana? In ogni singolo istante della nostra esistenza dobbiamo fare i conti con la straordinaria potenza delle forze che si agitano nel nostro inconscio”, si è spiegato Legacci, “di fronte alle quali tendiamo a restare ciechi e sordi, colpevolmente felici di esserlo. Non mi sorprenderebbe, dunque, se lei scegliesse di non parlare di inconscio, per non turbare il quieto sonno dei suoi lettori”.

Di fronte a un invito del genere, non potevo che scegliere la pillola rossa… ed ecco come mi ha descritto la tana del Bianconiglio.

Pietro della Vecchia: Crono mangia i suoi figli

Urano & soci: un trono unico per due pretendenti


“Nel mito e nella leggenda sono rintracciabili straordinari riferimenti ai temi simbolici che si agitano nelle profondità dell'inconscio umano. Ecco alcuni esempi di quel che accade all'avvento del figlio, il giovane principe, nella mente del padre, il vecchio re", illustra lo psicologo. 
"Urano, dio del cielo, e Gea, madre terra, generano figli che il padre sprofonda nella terra per non essere spodestato. 
Crono, uno dei dodici figli nati da Urano e Gea, con la complicità della madre aggredisce ed evira il padre Urano. Lo detronizza e ne prende il posto.
Crono, avvertito da una profezia, vive le stesse angosce del padre: per timore di essere spodestato e cacciato dai figli avuti con Rea, li divora.
Zeus, uno dei figli di Crono destinato ad essere divorato, viene salvato dall'intervento della madre Rea che consegna al padre, al posto del figlio da divorare, una pietra racchiusa tra le fasce.
Sarò quindi Zeus a regnare nell'universo, dopo aver sconfitto e detronizzato il padre.
Questo mito è presente in molte altre forme nell'immaginario umano e culmina nell'Edipo di Sofocle, la tragedia che presta il nome al freudiano conflitto edipico, che costituisce il cuore pulsante dell'attività psichica umana: è il desiderio di eliminazione e sostituzione del genitore dello stesso sesso e di possesso esclusivo del genitore di sesso opposto. Si tratta ovviamente di evocazioni poetiche, ma utili per rappresentare le dinamiche di natura inconscia, o solo parzialmente cosciente, che si manifestano con grande frequenza nella relazione tra padre, madre e figlio successivamente al parto”.


I fantasmi nella mente del padre


Con la nascita del figlio, il legame tra i partner, che prima era esclusivo, deve aprirsi all'ingresso del terzo. “E quello del terzo è uno dei fantasmi più minacciosi che possono presentarsi nella mente umana”, osserva Legacci. “Il bambino diventa il destinatario delle cure, delle premure e del desiderio della madre. Il desiderio viene sottratto all'eros e alla relazione con il partner e destinato al figlio. Il padre passa in secondo piano e deve affrontare la paura inconscia di essere sostituito e detronizzato, che il figlio prenda il suo posto con la complicità della madre, perché sul trono non c'è spazio per tutti. Il padre immagina inconsciamente che il nuovo arrivato voglia fare quello che lui stesso ha cercato di fare da bambino: evirare e detronizzare il vecchio re. È una paura destabilizzante”.

I fantasmi nella mente della madre


Dal canto suo, nella maggior parte dei casi la neomamma è naturalmente portata a concentrarsi empaticamente sul piccolo, bisognoso di cure. Talvolta, però, anche lei si trova a rimpiangere la sua esistenza di prima, la libertà di cui godeva, la vita a due. “Quello dell'ambivalenza, ovvero dell'amore per il figlio unito a insofferenza e respingimento, è un sentimento naturale, che provano tutti. Non è facilmente accettato, però, dalla coscienza. La nostra stessa cultura lo bandisce e lo rende inaccettabile, inesprimibile”, dice lo psicologo, “soprattutto per la madre che nell'immaginario collettivo è instancabile, votata al sacrificio. Oltre alla stanchezza fisica, che indubbiamente gioca un suo ruolo, la donna vive una forte tensione emotiva nel tentativo di comprendere e governare le profonde emozioni e fantasie che si agitano dentro di lei, per metabolizzare un cambiamento così importante nella sua vita”.

Ci sono i casi, poi, in cui la madre dopo il parto cade in uno stato depressivo. "In chiave psicoanalitica è una reazione complessa generata dalla difficoltà ad accettare empaticamente l'avvento di un figlio reale in sostituzione del figlio ideale, fantasticato come parte inscindibile del corpo materno".

Ci vuole consapevolezza


In una conversazione su Facebook Costanza Jesurum, psicoanalista, apprezzata blogger e autrice di saggi, conferma “Questo tipo di vissuto si avverte in moltissime occasioni, in terapia con genitori, nei corsi preparto. Non so se sia funzionale alla traduzione mentale della differenza biologica, per esempio in fatto di allattamento e nutrizione, o perché la forma culturale della famiglia dominante informa le categorie dello psichico”.
Le metafore chiamate in causa da Adriano Legacci non sono l'unica possibile narrazione per rappresentare i turbamenti che i neogenitori affrontano alla nascita del figlio. “Ma non c'è scuola di psicoterapia, ognuna con i suoi miti di riferimento, che non parli della turbativa che implica l'ingresso del terzo”.

Come affrontare questi turbamenti? Come venirne a capo e ristabilire l'equilibro nella vita e nel rapporto di coppia? “Ci vuole consapevolezza”, risponde Legacci. “Non nascondere sentimenti e fantasie ma accettarli, scavare dentro se stessi e parlare, confrontarsi all'interno della coppia. Raramente si parla di queste cose ai futuri genitori prima della nascita, mentre sarebbe bene farlo, per prepararli al cambiamento”.








martedì 4 aprile 2017

Donazione del cordone ombelicale? Facciamo chiarezza


Un fotogramma del documentario "Sangue del suo sangue"
Dopo la nascita, il cordone ombelicale non serve più al tuo bimbo. Viene tagliato e scartato nel cestino dei rifiuti sanitari. È un peccato, perché contiene preziose cellule staminali emopoietiche che possono essere trapiantate, come quelle del midollo osseo, per curare gravi malattie come la leucemia, i linfomi e la talassemia. Donando il cordone puoi salvare una vita, senza alcun danno per te e per il tuo bambino.
È il messaggio veicolato alle future mamme dalle campagne di promozione della donazione del sangue cordonale. Messo in questi termini, l'invito è ineccepibile. Ma la questione è un po' più complessa di così. Le evidenze scientifiche emerse negli ultimi anni hanno messo in dubbio la sicurezza della procedura di raccolta del sangue nei tempi e nei modi attuati in passato, che del tutto innocui per il bambino non erano.

Il documentario


Della questione si occupa il documentario “Sangue del suo sangue”, realizzato dall'ostetrica Amyel Garnaoui con il marito, il regista Angelo Loy: 26 minuti di interviste a ematologi, ginecologi, ostetriche, bioeticisti, mamme, che verrà proiettato per la prima volta in contemporanea nelle sedi di decine di associazioni in tutta Italia il prossimo 7 aprile.
“Lo scopo di questa video inchiesta non è prendere posizione, ma porre delle domande”, dice Elena Skoko, presidente del Comitato per il Rispetto dei Diritti del Neonato (CoRDiN), che ha partecipato alla realizzazione del documentario. “La questione è aperta, oggetto di dibattito e ricerche a livello internazionale. Vogliamo che se ne discuta e che le mamme, coinvolte in prima persona, ricevano informazioni corrette, complete e non semplicistiche”.

Le domande sollevate dal documentario sono tante. Di chi è il sangue donato? È uno scarto inutile, altrimenti destinato alla distruzione, oppure è sangue del bambino? A donare, effettivamente, è la madre o il bambino? Il prelievo può nuocere alla salute del neonato? In che misura e a quali condizioni il prelievo è sicuro?



sangue del suo sangue - teaser from angelo loy on Vimeo.


Cellule preziose


Il sangue presente alla nascita nel cordone ombelicale contiene cellule staminali emopoietiche, cioè cellule non specializzate in grado di generare globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Il suo trapianto, come quello del midollo osseo da donatore adulto, permette di rimpiazzare il sangue malato nei pazienti affetti da talassemia e altre forme gravi di anemia, da leucemie e linfomi. Permette di rigenerare il midollo osseo danneggiato in seguito a trattamenti di radio e chemioterapia.

L'immaturità immunologica delle staminali da cordone abbassa il rischio di rigetto anche quando vengono infuse in un ospite che non sarebbe del tutto compatibile. Ciò le rende preziose per i pazienti che non hanno parenti di primo grado compatibili da cui ricevere una donazione di midollo osseo e che non trovano donatori compatibili neppure tra quelli iscritti al registro pubblico dei donatori di midollo.

Negli anni '90, quando è emersa l'utilità di queste cellule, in tutto il mondo hanno aperto i battenti banche per la crioconservazione del sangue da cordone. In Italia, la prima a entrare in attività è stata quella di Milano. Tra i suoi fondatori c'è l'ematologo Paolo Rebulla, oggi in pensione e consulente della Fondazione Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, che nel documentario mostra i grandi contenitori deputati alla conservazione delle sacche di sangue.
Oggi in Italia abbiamo 19 banche”, spiega a Mammifera Digitale, “e circa 40 mila sacche conservate. Ne usiamo solo una piccola parte, ma dobbiamo raccoglierne tante per disporre della massima varietà possibile di caratteristiche genetiche, così da aumentare le probabilità di trovare le cellule compatibili con qualunque paziente ne faccia richiesta. Per questa ragione, nei prossimi anni miriamo a incrementare ancora di più il numero”.

Le banche italiane sono collegate tra loro a formare una rete, coordinata dal Centro Nazionale Sangue, e le caratteristiche genetiche delle cellule conservate sono riportate in un registro internazionale, così che da ogni parte del mondo si possa identificare in tempi brevissimi la sacca utile per un dato paziente e fargliela pervenire.

Di chi è il sangue del cordone?


Durante la gravidanza, il sangue del nascituro circola continuamente tra il suo corpo e la placenta attraverso il cordone ombelicale, un funicolo gelatinoso al cui interno scorrono due arterie e una vena. Le arterie trasportano sangue povero di ossigeno e ricco di prodotti di rifiuto dal feto alla placenta, che in virtù dei suoi scambi col sangue materno, ossigena il liquido, lo pulisce dagli scarti del metabolismo e lo rifornisce di nutrienti. Quindi il sangue fetale torna al nascituro attraverso la vena ombelicale.

La circolazione non si interrompe nell'esatto istante in cui il bimbo viene alla luce, ma prosegue ancora per alcuni minuti, mentre il piccolo è impegnato nei suoi primi atti respiratori e si adatta alla vita extra-uterina. Durante questo intervallo di tempo, le contrazioni dell'utero spingono il sangue ossigenato presente nella placenta verso il neonato, passando per il cordone che ancora pulsa. È un fenomeno fisiologico che prende il nome di trasfusione placentare. Secondo un documento del 2015 del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists britannico, questo passaggio frutta al bambino dagli 80 ai 100 ml di sangue extra, che contengono dai 60 agli 80 mg di ferro, una scorta sufficiente a soddisfare le necessità del piccolo per 5 o 6 mesi di vita. Quando la pulsazione cessa, lo scambio tra placenta e neonato è terminato.


Se il cordone viene “clampato”, cioè chiuso con due pinze e poi tagliato, prima che abbia smesso di pulsare, la trasfusione placentare si interrompe e parte del sangue destinato al neonato rimane nella placenta e nei vasi del cordone stesso. In passato si credeva che clampare il cordone immediatamente dopo l'espulsione del bambino riducesse il rischio di ittero neonatale e di emorragia post partum per la madre, così per decenni la legatura precoce è stata adottata comunemente nella pratica clinica in Italia e nel mondo.


Ecco la mappa delle proiezioni del documentario "Sangue de suo sangue" previste in tutta Italia il 7 aprile


Nuove evidenze



“Negli ultimi dieci anni si è andata accumulando una serie di evidenze scientifiche di verso opposto”, dice il ginecologo Enrico Ferrazzi, direttore del Dipartimento donna, mamma e neonato dell'Ospedale Buzzi di Milano e responsabile del gruppo di studio sulla medicina perinatale della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia. “Numerosi studi hanno dimostrato che il neonato trae beneficio dalla trasfusione placentare. Quel sangue in più aiuta il suo sistema cardiovascolare ad adattarsi al funzionamento extra-uterino, riduce sensibilmente il rischio di anemia a 5-6 mesi e favorisce il suo sviluppo neurologico. Un paio di anni fa, la mole dei risultati critici nei confronti del clampaggio immediato ha raggiunto un livello tale da non poterli più ignorare. L'OMS ha pubblicato un documento che raccomanda di aspettare da 1 a 3 minuti prima di legare e tagliare il cordone. Allo stesso modo si sono pronunciate numerose società scientifiche, tra cui la SIGO in Italia. Non è che oggi sia vietato clampare prima di un minuto dalla nascita, ma chi lo fa va contro l'evidenza scientifica e le buone pratiche cliniche. Un tempo si clampava precocemente nella maggioranza dei parti. Sulla situazione attuale non abbiamo dati certi, ma ritengo che oggi un 50% degli operatori si conformi alle nuove indicazioni e aspetti almeno un minuto”.


Qui entra in gioco la donazione. Nei casi in cui i genitori danno il proprio consenso alla raccolta, dopo l'espulsione del bambino e prima dell'espulsione della placenta, l'ostetrica lega il cordone ed estrae il sangue presente nei suoi vasi. “Ovviamente, quanto prima si lega il cordone, tanto più sangue si ricava”, spiega Gennaro Volpe, ematologo di Bari e presidente della sezione di Bari dell'Associazione Donatrici Italiane di Sangue da Cordone Ombelicale. Nel 2012 ha pubblicato una ricerca sui fattori ostetrici che determinano la raccolta ottimale di cellule.

Su questo aspetto si concentra l'attenzione del documentario “Sangue del suo sangue”. Il video aveva ottenuto il patrocinio della Regione Lazio ed era prevista la sua presentazione in anteprima il 24 marzo in una sala del Palazzo della Regione ma, pochi giorni prima dell'evento, patrocinio e ospitalità sono stati ritirati su sollecitazione del Centro Nazionale Sangue, l'ente pubblico che coordina le banche per la conservazione del sangue cordonale donato.

Perché il CNS è intervenuto contro l'iniziativa? “C'era perplessità circa la proiezione di questa inchiesta in una sede istituzionale quale la Regione Lazio, che ospita due banche pubbliche di cordone”, risponde Simonetta Pupella, che coordina l'area sanitaria del Centro. “Le associazioni promotrici del documentario esprimono critiche nei confronti del prelievo del sangue contenuto nel cordone ombelicale perché tale pratica ridurrebbe l'apporto di sangue al neonato durante le fasi finali del parto, con conseguenze negative per la salute del neonato stesso. L'Organizzazione Mondiale della Sanità e le società scientifiche di molti Paesi raccomandano la legatura e la recisione del cordone non prima di un minuto e l'Italia ha recepito queste indicazioni, sulla base di un parere espresso formalmente dalla Società Italiana di Neonatologia: l'Accordo Stato-Regioni 20/04/2011 stabilisce che, nel caso la coppia decida di donare il sangue cordonale al momento del parto, la legatura non deve avvenire prima di 60 secondi dalla nascita e la raccolta non deve mai interferire con l'assistenza al parto. Per quanto riguarda la presunta incompatibilità tra donazione del sangue cordonale e la salvaguardia della salute del neonato, il prelievo da un minuto fino a due minuti dalla nascita determina una raccolta adeguata di cellule staminali e non interferisce con le procedure del parto. Da quando è stata introdotta in Italia la raccolta del sangue cordonale per finalità di donazione (1993) nessuna reazione avversa è stata segnalata a carico dei neonati 'donatori'. Stesso dicasi per gli altri Paesi europei ed extra-europei”.


Le modalità della donazione in Italia


I risultati di tre studi pubblicati tra il 2015 e il 2016
sulla qualità delle donazioni di sangue da cordone
in funzione del tempo di clampaggio
Oggi dunque gli operatori dei centri nascita accreditati per la donazione sono tenuti ad aspettare un minuto prima di clampare e inserire l'ago per la raccolta”, dice Gennaro Volpe. “Così facendo, otteniamo meno cellule, ma qualcosa riusciamo comunque a raccogliere. L'importante è clampare prima che il cordone abbia smesso di pulsare, perché dopo rimane ben poco da prendere”.
Perché il trapianto di staminali da cordone abbia maggiori probabilità di successo, è necessario che la sacca di sangue contenga un numero elevato di cellule. Ce ne vogliono almeno un miliardo e mezzo perché la donazione venga accettata dalla banca. Negli ultimi anni sono stati pubblicati tre studi per valutare l'impatto del clampaggio differito sulla quantità di cellule che è possibile prelevare: uno svedese, uno canadese e uno statunitense. Tutti e tre confermano che più si aspetta e minore è la probabilità di raccogliere un numero di staminali sufficiente (vedi grafico). Attualmente in Italia la percentuale di unità di sangue prelevato che soddisfano i requisiti e vengono accettate dalle banche è dell'8,4%.

“L'importante è che i genitori siano informati di tutti gli aspetti della questione: per raccogliere la maggior quantità di staminali bisognerebbe clampare subito, ma questa pratica nuoce al neonato e infatti è esclusa dalle linee guida dello stesso Centro Nazionale Sangue”, conclude Enrico Ferrazzi. “Aspettando un minuto prima di clampare, il bambino riceve buona parte del sangue contenuto nei vasi della placenta e del cordone, ma non tutto quello che riceverebbe aspettando tre minuti. Donare clampando a un minuto è possibile, ma la probabilità che la donazione vada a buon fine è bassa. Aspettando tre minuti prima di clampare, non rimane nulla da donare



lunedì 2 gennaio 2017

Tre ottimi motivi per buttare al secchio l'omeopatia

Il più tenace luogo comune infondato sull'omeopatia recita: "non sappiamo come funzioni, ma funziona". Non solo l'omeopatia non può funzionare, perché in contrasto con tutti i principi fondamentali della chimica e della fisica, ma in effetti non funziona, come risulta da un secolo e mezzo di prove a sfavore.

da "Acqua fresca?" a cura di Silvio Garattini (2015, Sironi editore)

Due carissimi amici, sulla cui preparazione scientifica non nutro alcun dubbio, si sono fatti convincere dal pediatra ad acquistare un prodotto omeopatico e somministrarlo al loro bambino. Ho chiesto il perché. Risposta: “boh. Sappiamo che non serve a nulla, ma male non fa”.
Ho avuto l'impressione che non volessero dire di no al pediatra. “Per il resto è un bravo medico. Se c'è qualche problema serio non prescrive certo rimedi omeopatici”.

L'episodio mi ha fatto riflettere su quanto sia subdola e pervasiva la propaganda dell'omeopatia.
Il suo preteso meccanismo d'azione non ha alcun senso, ma questo poco importa a chi ci crede, che nella maggior parte dei casi non si è mai chiesto come funziona, ma si fida per sentito dire. “Se in tanti la usano, a qualcosa servirà”. Così confluiscono nel numero e convincono altre persone: è un serpente che si morde la coda.

I farmacisti, non sorprendentemente, la promuovono. Lo stesso fanno alcuni medici, perché va di moda e i pazienti escono soddisfatti con la loro prescrizione (tanto male non fa), oppure in buona fede, per sfruttare l'effetto placebo. Magari ce n'è anche qualcuno che ci crede davvero, in barba ai lunghi anni di studio e al metodo scientifico che dovrebbe guidarli.


Di recente ho letto il saggio “Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull'omeopatia”, scritto a più mani e coordinato dal farmacologo Silvio Garattini (2015, Sironi editore) e il manualetto Guida illustrata all'omeopatia, scaricabile dal blog di Medbunker, al secolo Salvo Di Grazia. Li ho trovati, ciascuno a modo suo, chiari e circostanziati e mi hanno ispirato a mettere nero su bianco tre ottime ragioni per buttare al secchio l'omeopatia.

Intendiamoci, non dico che l'omeopatia è una balla perché così sostengono Garattini e Di Grazia. Non è così che funziona la scienza. L'omeopatia è una balla perché le sue basi teoriche fanno acqua e perché alla prova dei fatti gli studi clinici dimostrano che la sua efficacia non è superiore a quella di un placebo.


Uno: le basi dell'omeopatia non hanno alcun senso

Tu che vai in farmacia e compri i granuli omeopatici da sciogliere sotto la lingua per proteggerti dall'influenza, lo sai che cosa contengono quei granuli? Lo sai in che modo li fanno e perché?

Per curare una malattia che provoca determinati sintomi, devi somministrare al paziente una sostanza che provochi gli stessi sintomi. Il buon vecchio “chiodo scaccia chiodo”. È questa la legge dei simili, il principio su cui si basa l'omeopatia. La escogitò agli inizi dell'ottocento un medico tedesco di nome Samuel Hahnemann. Cominciò a sperimentarla su se stesso, su amici e pazienti, ma i rimedi scelti in questo modo… aggravavano i sintomi delle malattie. Allora introdusse una nuova legge per integrare la prima: diluendo il preparato così tanto da eliminare ogni traccia della sostanza originale, l'effetto indesiderato viene meno (e fin qui è ovvio), ma per qualche ragione misteriosa rimane intatto il potere curativo del rimedio (potere curativo ipotizzato, ma non dimostrato). Anzi, più il preparato viene diluito e più il suo potere curativo si amplifica.

Poniamo che tu abbia una gastrite. Avverti dolori brucianti allo stomaco. Lo stesso tipo di dolori brucianti che proveresti, per esempio, se ingerissi del triossido di arsenico, un potente veleno. Per liberarti della tua gastrite, la farmacopea omeopatica prevede la somministrazione di triossido di arsenico, chiamato dagli adepti “arsenicum album”. Ma così facendo staresti peggio, potresti anche morire avvelenato. La soluzione è diluire: una goccia di arsenico e 99 gocce di alcool, poi una goccia del miscuglio così ottenuto e 99 gocce di alcool e così via per cinque volte. Il preparato finale non contiene più triossido di arsenico, non ti avvelena, non provoca bruciori. Secondo gli omeopati, cura la tua gastrite. Le diluizioni si fanno con alcool, con acqua o con lattosio o saccarosio. Ed è così che vengono prodotte le gocce e i granuli da sciogliere sotto la lingua.
Contengono solo ed esclusivamente acqua, o alcool, o lattosio, o saccarosio. Quale effetto possono produrre, se non c'è più neppure una traccia del principio attivo? E meno male che non ne contengono più, altrimenti il loro effetto sarebbe quello di acuire i sintomi della malattia.


Dimenticavo: tra una diluizione e l'altra il preparato deve essere scosso, si dice “dinamizzato”, così il principio attivo trasferisce i suoi poteri curativi all'alcool, all'acqua, al lattosio, al saccarosio. Sembra una magia, eh? Infatti scienza non è: la fisica, la chimica e la biologia non funzionano così. Neppure la meccanica quantistica, spesso chiamata in causa da chi vuole a tutti i costi giustificare l'omeopatia. Non c'entra proprio un bel niente, la meccanica quantistica.


Due: l'omeopatia non funziona

Ma cosa c'importa se la scienza non ha ancora trovato una spiegazione che giustifichi il funzionamento dell'omeopatia? Prima o poi salterà fuori qualcosa di nuovo, qualcosa di grosso, che rivoluzionerà fisica e chimica e tutto sarà evidente. L'importante è che i rimedi omeopatici funzionino. Perché funzionano, no?

La risposta è no. “La cugina del cognato della mia vicina ne ha tratto giovamento” non è una prova della loro efficacia. Neppure “io ne ho tratto giovamento” dimostra alcunché. Se ho il raffreddore e assumo un rimedio omeopatico, probabilmente nei giorni successivi avrò un miglioramento e in breve guarirò del tutto, perché il raffreddore guarisce da sé in pochi giorni. Se al tuo bimbo stanno spuntando i dentini e gli somministri le goccine omeopatiche, dopo un po' smetterà di piangere, perché il dolore della dentizione non è uniforme, in certi momenti si attenua spontaneamente e poi prevale il sonno.


Per dimostrare che un farmaco è efficace contro una determinata malattia bisogna sperimentarlo su un gran numero di persone, in condizioni controllate, confrontando la sua azione con quella di un placebo o con quella di un altro farmaco, se si vuole valutare quale dei due sia più efficace. E bisogna che i pazienti e gli sperimentatori non sappiano a chi è stato somministrato il farmaco 1 e a chi è stato somministrato il placebo o il farmaco 2. Sono studi a cui vengono sottoposti tutti i medicinali prima di entrare in commercio, altrimenti non entrano in commercio. I prodotti omeopatici no. Per essere venduti in farmacia devono essere sottoposti a una procedura semplificata, che ne accerta la sicurezza, non l'efficacia. Devono dimostrare di essere innocui. Non è prevista alcuna prova di efficacia.


“Ma ormai da decenni numerosi studi indipendenti hanno dimostrato che l'omeopatia funziona”. Lo leggo e lo sento dire spessissimo. Beh, è falso. Per decenni sono stati condotti numerosi studi sull'efficacia dell'omeopatia e il risultato è che la sua efficacia non è superiore a quella del placebo.


Nel 2005 la rivista The Lancet ha pubblicato una metanalisi, cioè uno studio di studi, che ha confrontato 110 ricerche sull'efficacia di rimedi omeopatici con altrettante ricerche sull'efficacia di farmaci convenzionali. La conclusione è la “conferma dell’ipotesi che gli effetti clinici dell’omeopatia, ma non quelli della medicina convenzionale, sono generici effetti placebo o di contesto”.


Nel 2015, in Australia, il National Health and Medical Research Council ha condotto una revisione degli studi pubblicati in tutto il mondo sull'efficacia dei rimedi omeopatici impiegati per il trattamento di 70 diverse patologie. Il lavoro, ampio e approfondito, è stato aperto al contributo di esperti di diverse discipline, compresi i sostenitori dell'omeopatia. Risultato: “non ci sono malattie o condizioni cliniche per cui risulti una evidenza affidabile che l’omeopatia sia efficace. Le persone che la scelgono possono mettere a rischio la propria salute se rifiutano o ritardano trattamenti per cui c’è una buona evidenza di sicurezza ed efficacia”.


Tre: l'omeopatia allontana dalle terapie veramente efficaci

Se i rimedi omeopatici non contengono alcun principio attivo, sicuramente non fanno male, non hanno effetti indesiderati come i farmaci convenzionali, non intossicano l'organismo. Ecco perché tanti chiamano l'omeopatia “medicina dolce”. Ma non lo è, perché non è medicina. L'assunzione di qualunque farmaco comporta dei rischi e dei benefici. È appropriata quando il rapporto tra rischi e benefici è vantaggioso per il paziente. Nel caso dell'omeopatia, gli effetti indesiderati sono del tutto assenti, ma anche i benefici lo sono.

Se una persona ammalata ricorre a un rimedio omeopatico per curarsi, anziché a un farmaco convenzionale di provata efficacia, non guarisce. Le sue condizioni possono aggravarsi e, a seconda della serietà del problema, può anche rischiare la vita.

La rete è piena di siti-bufala che scoraggiano gli ammalati di cancro dal ricorso alla chemioterapia, indicando piuttosto l'approccio dolce dell'omeopatia, che equivale a raccomandare di non curarsi. Stesso dicasi per i movimenti anti-vaccinisti, che consigliano ai genitori di rafforzare le difese immunitarie dei figli con le goccine o i granuli omeopatici piuttosto che far ricorso ai vaccini.
Probabilmente è vero che sono rari i casi di ammalati sviati da una terapia efficace a causa dell'omeopatia, fino a subirne le più gravi conseguenze. Me lo fa notare un medico di famiglia con 40 anni di esperienza. Un professionista che agisce in scienza e coscienza, osserva, non priverebbe mai un paziente di un trattamento di efficacia nota in cambio di un rimedio omeopatico. Di solito l'omeopatia è riservata a disturbi lievi che si risolvono spontaneamente, oppure come complemento delle terapie convenzionali. Lui stesso, mi spiega, talvolta consiglia rimedi omeopatici per sfruttarne l'effetto placebo e alleviare il fastidio di un paziente.


Capisco la sua posizione e quella dei suoi colleghi che fanno analoghe considerazioni, ma credo che anche in queste circostanze sia dannoso consigliare rimedi omeopatici. Un medico coscienzioso sa quando è il caso di prescrivere farmaci realmente efficaci e quando e come sfruttare l'effetto placebo. Ma oltre a curare la salute dei suoi assistiti, il medico ha anche il ruolo di trasmettere loro informazioni attendibili sulla salute, sulle malattie e su come prevenirle e curarle. Il paziente che va allo studio del dottore con un disturbo e ne esce con la prescrizione di un prodotto omeopatico, impara che l'omeopatia funziona. La volta successiva, che cosa gli impedirà di andare in farmacia e acquistare un prodotto omeopatico, sicuro della sua efficacia, senza essersi prima rivolto al medico?


L'effetto placebo è una risorsa che andrebbe senza dubbio studiata e sfruttata meglio, ma ci sono altri modi per farlo. Le persone che scelgono di farsi assistere da un medico omeopata ne apprezzano molto la capacità di comunicazione e di ascolto, il tempo che dedica alla visita e al colloquio con i pazienti. Sono fattori che rafforzano l'efficacia delle terapie in virtù dell'effetto placebo e su cui potrebbero lavorare anche i medici non omeopati.