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lunedì 16 ottobre 2017

Fare un figlio col morbo di Crohn o la colite ulcerosa

Qualche settimana fa un'amica su Facebook mi raccontava del suo parto, assistito con particolari cautele perché è affetta da morbo di Crohn. Pochi giorni dopo a Roma sono stata invitata al congresso nazionale della Società Italiana di GastroReumatologia, che riunisce gli esperti di malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI): il morbo di Crohn, appunto, e la colite ulcerosa. Si è parlato in particolare di come vivono l'attesa di un bimbo le donne che soffrono di queste patologie.

Non sono poche oggi in Italia le persone affette da Crohn o colite ulcerosa. Se ne contano circa 200 mila, tre ogni mille abitanti, e tante sono donne in età fertile, perché nella maggioranza dei casi le malattie esordiscono tra i 20 e 40 anni. Con quali prospettive possono affrontare la ricerca di una gravidanza? Che rischi corrono? Quali accortezze devono adottare?

Il morbo di Crohn può colpire qualunque tratto dell'apparato digerente.
Grafica dal sito di Amici Onlus, associazione di persone
 affette da MICI e dei loro familiari (www.amiciitalia.eu)

Infiammazione di origine autoimmune


Quale sia esattamente il meccanismo responsabile delle malattie infiammatorie croniche intestinali non è ancora noto. Sono patologie autoimmuni con una componente di predisposizione familiare. Fattori scatenanti sconosciuti attivano una risposta immunitaria anomala diretta contro la mucosa dell'intestino. A subire l'attacco è qualunque tratto dell'apparato digerente nel morbo di Crohn, solo l'ultimo tratto dell'intestino nella colite ulcerosa.

Entrambe le malattie sono croniche e ricorrenti: periodi di remissione si alternano a periodi in cui l'infiammazione si acutizza e sulla mucosa si formano ulcere, ascessi, stenosi e fistole. Non esiste una terapia definitiva ma farmaci per combattere l'infiammazione nelle fasi acute e prolungare le fasi di remissione. In alcuni casi si ricorre alla chirurgia per riparare i danni oppure rimuovere tratti di intestino danneggiati.

“Oggi abbiamo a disposizione diversi farmaci per il trattamento delle forme più o meno gravi, in fase di remissione o in fase acuta”, spiega Bruno Laganà, presidente della Società Italiana di GastroReumatologia. “Abbiamo anti-infiammatori non steroidei che agiscono in modo specifico sull'intestino, steroidi, immuno-soppressori e i farmaci biologici, disponibili da una ventina d'anni. Sono anticorpi monoclonali, molecole progettate a tavolino per interferire con i meccanismi del processo infiammatorio”.

La colite ulcerosa colpisce l'ultimo tratto dell'intestino.
Grafica tratta dal sito di Amici Onlus

Progettare una gravidanza con le MICI


Il progetto di una gravidanza non è incompatibile con una malattia infiammatoria cronica intestinale, a patto di programmare il concepimento in un periodo di remissione della patologia e avere l'assistenza degli specialisti di riferimento.
“La gravidanza che insorge durante un periodo di remissione della malattia materna non è diversa dalla gravidanza nella popolazione generale per quanto riguarda i rischi e le complicanze ostetriche”, dice Micaela Fredi, immunologa degli Spedali Civili di Brescia. “E il rischio di acutizzazione durante l'attesa è basso. Al contrario, se la gravidanza insorge mentre la malattia è attiva, il rischio di peggioramento per la madre è elevato e lo stato infiammatorio aumenta la probabilità di interruzione spontanea, parto pretermine, ritardo dello sviluppo intrauterino, basso peso alla nascita, ricorso a parto cesareo urgente”.

Per questa ragione è importante che l'aspirante mamma prima di cercare il concepimento consulti lo specialista da cui è in cura e che questo lavori di concerto con il ginecologo che seguirà la gravidanza. “Insieme devono attuare un attento controllo del benessere materno-fetale”, spiega Fredi. “Non c'è modo di prevedere a priori la durata di un periodo di remissione, ma attraverso esami del sangue periodici si possono riscontrare eventuali alterazioni degli indici di infiammazione, come la velocità di sedimentazione delle emazie e la proteina C reattiva, l'insorgenza o il peggioramento dell'anemia, segnali che fanno sospettare precocemente una riaccensione della malattia. Si può impostare di conseguenza una terapia mirata al mantenimento della remissione materna, compatibilmente con il corretto sviluppo del nascituro”.

La sicurezza dei farmaci


Un tempo si raccomandava all'aspirante mamma di assumere i farmaci per il controllo dell'infiammazione fino all'esito positivo del test di gravidanza e poi di sospenderli in via precauzionale, nel timore che potessero indurre delle malformazioni a carico del feto. Così facendo, però, il rischio di riacutizzazione della malattia era elevato. “Oggi i nuovi dati di cui disponiamo ci permettono di autorizzare il proseguimento della terapia con anticorpi monoclonali fino al terzo trimestre o fino alla fine della gravidanza, a seconda del farmaco usato”, dice l'immunologa. “I farmaci biologici sono molecole di grosse dimensioni. Il loro passaggio attraverso la placenta inizia nel secondo trimestre e diventa più efficiente solo nel terzo. Per alcuni di loro il passaggio è ridotto anche nel terzo trimestre. Numerosi studi hanno escluso il rischio malformativo”.

L'assunzione di queste molecole in gravidanza può comportare un abbassamento temporaneo delle difese immunitarie del neonato. “Meglio quindi attendere 18 mesi di vita prima di somministrare al bimbo vaccini che contengono virus vivi attenuati, come il quadrivalente contro morbillo, parotite, rosolia e varicella, che normalmente andrebbe fatto al compimento dell'anno di età”, avverte Giammarco Mocci, gastroenterologo dell'Ospedale Brotzu di Cagliari. “Via libera senza problemi alle altre vaccinazioni previste nel corso del primo anno, che contengono solo microrganismi inattivati o loro frammenti. Dopo i 18 mesi si può somministrare in piena sicurezza anche l'anti-morbillo, parotite, rosolia e varicella”.
Per altri farmaci diversi dagli anticorpi monoclonali non sono disponibili dati sufficienti a consentire l'assunzione in gravidanza.

Parto e dopo parto
Il sito di Amici Onlus
riporta un elenco aggiornato dei centri di
gastroenterologia attivi in Italia


Le modalità del parto, se vaginale o cesareo, dipendono dalla localizzazione della malattia, dalle condizioni della madre e da eventuali indicazioni ostetriche. “Le pazienti con malattie infiammatorie intestinali ricorrono al cesareo più frequentemente rispetto alla popolazione generale”, osserva Micaela Fredi. “L'intervento può essere necessario se la patologia intestinale è associata a spondiloartrite, una malattia reumatica della colonna vertebrale, cosa che talvolta accade. La spondiloartrite può rendere meccanicamente difficoltoso il parto per via vaginale”.

Nato il bimbo, le condizioni della neomamma devono essere seguite con attenzione, perché il puerperio è un periodo a maggior rischio di riaccensione della malattia. “Si ritiene che la variazione dei livelli ormonali dopo la gravidanza possa portare a una riattivazione del sistema immunitario per i successivi 6 mesi. I meccanismi sono molteplici e non tutti ben chiariti”, dice Fredi. “Sono necessari, quindi, frequenti controlli clinici ed esami del sangue. Scegliendo i farmaci giusti, la terapia con anticorpi monoclonali è compatibile con l'allattamento, perché la concentrazione delle molecole nel latte materno è bassa”.
https://amiciitalia.eu/index.php/centri-gastroenterologia/centri


mercoledì 7 giugno 2017

Decreto vaccini: che cosa devono fare i genitori


Ecco una rappresentazione schematica per illustrare che cosa sono chiamati a fare i genitori dal decreto vaccini. Lo so, la grafica non brilla per eleganza. Spero che sia utile e quando avrò più tempo ne preparerò una versione esteticamente più valida, nonché qualche approfondimento.

Ecco tre chiarimenti che aggiungo dopo la lettura delle spiegazioni pubblicate sul sito del Ministero della Salute.

1. L'obbligo di effettuare tutte e 12 le vaccinazioni riguarda solo i nati a partire dal 2017.
Per i nati dal 2001 al 2011 sono obbligatorie l'esavalente (tetano, difterite, epatite B, polio, Hib, pertosse) e la trivalente (morbillo, parotite, rosolia).
Per i nati dal 2012 al 2016 si aggiunge il meningococco C.
Per i nati dal 2017 si aggiungono meningococco B e varicella.

2. In caso di inadempienza, dopo la segnalazione alla ASL da parte della scuola, la ASL convoca i genitori e li invita a mettere in regola il bambino entro un certo intervallo di tempo. Solo se i genitori rifiutano viene inflitta la multa e il caso viene segnalato al Tribunale dei Minorenni.

3. Per l'anno scolastico 2017-2018 la scadenza per presentare la documentazione alle scuole è il 10 settembre 2017. In caso si presenti l'autocertificazione, la documentazione va presentata entro il 10 marzo 2018.

Decreto vaccini: punti principali e dubbi aperti

Nel momento in cui scrivo queste righe, il decreto vaccini approvato il 19 maggio scorso dal Consiglio dei Ministri non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ma il Sole 24 Ore ha reso disponibile un'anteprima della bozza.
L'ho letta ed ho trovato risposta ad alcuni dei dubbi che avevo, non su tutti. Nelle prossime ore cercherò di contattare chi mi sappia chiarire le questioni residue.

Ecco quindi i punti principali del decreto:

L'obbligo

Viene istituito l'obbligo per le seguenti vaccinazioni: anti-polio, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Hib, anti-meningococco B, anti-meningococco C, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella.

"Secondo la coorte di nascita"

Il testo del decreto aggiunge "in base alle specifiche indicazioni del Calendario Vaccinale Nazionale relativo a ciascuna coorte di nascita". Il che vuol dire che al bimbo iscritto all'asilo a 6 mesi non può essere richiesta la vaccinazione anti-morbillo, che si somministra a 13 mesi. Un'altra implicazione, di cui però non sono sicura, è quella della non retroattività: il bambino di 10 anni, non vaccinato contro il meningococco B perché quella specifica vaccinazione non era raccomandata per la sua coorte di nascita, non è tenuto a recuperare la vaccinazione fuori dalle indicazioni del Calendario Nazionale. Su questo ultimo punto, mi riservo di chiedere chiarimenti.

Il bimbo immune perché ha avuto la malattia

Non è tenuto alla vaccinazione il bambino che è naturalmente immune perché ha avuto la malattia. Per certificare l'immunità acquisita naturalmente, fa fede la segnalazione che il pediatra di libera scelta deve aver fatto all'epoca in cui il bimbo è stato ammalato. Quindi, parrebbe non bastare una semplice certificazione del pediatra. Deve risultare la segnalazione. Non so come vengano raccolte e registrate queste segnalazioni, obbligatorie secondo il Decreto Ministeriale del 15 dicembre 1990. In caso non si possa produrre documentazione dell'avvenuta segnalazione, è richiesto il test anticorpale che dimostri l'effettiva immunità.

L'esonero per accertato pericolo

L'esonero dalla vaccinazione, se il bimbo non è naturalmente immune, è previsto solo in caso di accertato pericolo per la salute in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate. La certificazione del pericolo e dunque la richiesta di esonero, spetta al pediatra di famiglia.

La documentazione e l'autocertificazione

La documentazione relativa alle vaccinazioni deve essere presentata all'atto di iscrizione a scuola ogni anno. Per l'anno scolastico 2017-2018 deve essere presentata entro il 10 settembre. La documentazione consiste nel certificato vaccinale rilasciato dalla ASL di competenza, oppure nell'attestato della presentazione di formale richiesta di vaccinazione alla ASL di competenza. Immagino, quindi, che in caso di liste d'attesa, nel momento in cui i genitori prenotano la vaccinazione la ASL dovrà rilasciare una ricevuta della prenotazione, da esibire a scuola. Questa però è una mia illazione. Immagino che i dettagli verranno stabiliti in fase di attuazione.

La documentazione potrà essere sostituita da un'autocertificazione, nel qual caso, i documenti originali dovranno essere presentati entro il 10 luglio successivo. Per l'anno scolastico 2017-2018, in caso di autocertificazione, i documenti originali dovranno essere presentati entro il 10 marzo dell'anno successivo.

Se il bambino è inadempiente

I presidi e i direttori di tutte le scuole, pubbliche e private, paritarie e non paritarie, comprese i servizi educativi per l'infanzia pubblici e privati, dovranno raccogliere la documentazione e segnalare alla ASL di competenza eventuali inadempienze. I direttori dei servizi educativi per l'infanzia non accetteranno l'iscrizione se la documentazione non risponde ai requisiti.

Ricevuta la segnalazione di inadempienza da parte della scuola, la ASL convocherà i genitori del bambino e chiederà loro di mettere in regola il piccolo entro un dato intervallo di tempo. Trascorso questo tempo, il caso verrà segnalato al Tribunale dei Minorenni e ai genitori verrà inflitta una multa di entità variabile tra i 500 e i 7.500 euro. Il decreto non specifica su che base verrà stabilita l'entità della multa caso per caso. Inoltre, a proposito del Tribunale dei Minorenni, non si parla di sospensione della potestà genitoriale, ma più genericamente si dice: "per gli eventuali adempimenti di competenza".

I prossimi passi

Nelle prossime ore il decreto dovrebbe uscire sulla Gazzetta Ufficiale e bisognerà verificare che il testo coincida con quello di questa bozza. Dopo di che, il Ministro Lorenzin ha annunciato che chiarirà i dubbi sulla norma. Infine, la settimana prossima il decreto andrà al vaglio della Commissione Igiene e Sanità del Senato e inizierà così il suo iter parlamentare, durante il quale sicuramente subirà delle modifiche.


giovedì 3 novembre 2016

"Come le viene in mente di vaccinare sua figlia?"

La primavera scorsa, su consiglio del pediatra di famiglia, ho accompagnato mia figlia di 8 anni all'ambulatorio vaccinale di zona, quello della ASL RME, per fare la vaccinazione anti-meningococco B. Le hanno somministrato la prima dose e la dottoressa mi ha raccomandato di tornare per la seconda. Da alcuni mesi, però, l'ambulatorio risulta sguarnito del vaccino e al telefono mi dicono di aspettare, di riprovare più avanti.
Il 20 ottobre ho telefonato per l'ennesima volta per avere notizie. Mi ha risposto una persona che mi ha redarguita senza mezzi termini: “signora, come le viene in mente di fare la vaccinazione contro il meningococco B a sua figlia?! È un vaccino inefficace, lo dice la letteratura scientifica mondiale. Se glielo ha consigliato il pediatra, vuol dire che il suo pediatra non è informato. Comunque nella fascia d'età di sua figlia è del tutto inutile fare questa vaccinazione”.

Sul momento sono rimasta basita e non ho pensato di chiedere nome e qualifica della persona con cui stavo parlando. Invece, ho telefonato immediatamente a Paolo Bonanni, ordinario di Igiene dell'Università di Firenze. Appena due settimane prima lo avevo intervistato in occasione della presentazione del Calendario Vaccinale per la Vita, alla cui stesura ha contribuito.
Gli ho raccontato l'accaduto e ho chiesto un suo parere. Mi ha risposto che il rischio di contrarre un'infezione da meningococco B, soprattutto all'età di mia figlia, è basso, ma nell'eventualità che ciò accadesse, le conseguenze sarebbero potenzialmente gravissime. Il vaccino è sicuro ed efficace e dunque se io voglio offrirle protezione contro questo rischio, pagandola di tasca mia, ben venga e andrei incoraggiata anziché redarguita. Va detto che il servizio sanitario pubblico non offre gratuitamente la vaccinazione anti-meningococco B ai bambini di 8 anni, dunque ho pagato l'intero costo della prima dose e sono pronta a fare lo stesso per la seconda.
Pentita di non avere chiesto nome e qualifica alla persona con cui avevo parlato (magari era un anti-vaccinista imbucato che si era impossessato della cornetta), il giorno dopo ho richiamato lo stesso numero. Mi ha risposto la stessa persona che si è qualificata come il direttore dell'ambulatorio vaccinale. “Sia chiaro che non sono un anti-vaccinista”, ha esordito. “Io vaccinerei tutti contro tutto. In questo caso, però, ribadisco quello che ho detto: non c'è una prova clinica a dimostrazione dell'efficacia del vaccino contro il meningococco B, inoltre è attivo solo contro alcuni ceppi del batterio, quindi la sua protezione è incompleta. Non lo dico io, ma un documento dell'Istituto Superiore della Sanità del 2014. E comunque è indicato solo nel primo anno di vita, dopo non serve a nulla”.
di Elnaz6 via Wikimedia Commons


Che cosa dice il documento dell'ISS

Determinata a fare chiarezza, ho scaricato il documento in questione: “Dati ed evidenze disponibili per l'introduzione della vaccinazione anti-meningococco B nei nuovi nati e negli adolescenti”. Dopo l'uscita e l'autorizzazione al commercio del vaccino, il Ministero della Salute ha incaricato il Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell'Istituto Superiore di Sanità di avviare un'istruttoria tecnico-scientifica per valutare l'opportunità di inserire la nuova vaccinazione nel calendario nazionale. Il documento è il rapporto stilato al termine dell'istruttoria.
Nel testo si legge: “Il vaccino anti-meningococco B è stato registrato sulla base di studi clinici di immunogenicità e sicurezza. L’efficacia, come riportato nella scheda tecnica, non è stata direttamente valutata ma è stata dedotta attraverso l’analisi delle risposte anticorpali, misurate attraverso la serum bactericidal activity (hSBA), verso i quattro antigeni del vaccino: NadA, fHbp, NHBA, PorA P1.4.” È stato, cioè, verificato che il vaccino somministrato stimola la produzione di anticorpi contro quattro antigeni del meningococco B, ma non è stato verificato che i bambini vaccinati siano protetti contro il rischio di infezione.
Per quanto riguarda la durata dell'effetto del vaccino, si legge: “Relativamente alla persistenza della risposta immunitaria, i dati disponibili non sono sufficientemente solidi per trarre conclusioni definitive. Dagli studi considerati sembra che i titoli anticorpali, misurati circa 3 anni dopo il completamento del ciclo primario, diminuiscano; una dose booster in età prescolare è risultata ben tollerata e in grado di indurre una risposta anamnestica.” Cioè non sappiamo ancora per quanti anni il sistema immunitario mantenga memoria della vaccinazione. Dopo 3 anni dalla somministrazione, la concentrazione degli anticorpi anti-meningococco B diminuisce, dunque probabilmente è opportuno prevedere un richiamo dopo il primo ciclo vaccinale.
Considerata la distribuzione dei ceppi del batterio che circolano in Italia, dice il documento che “il vaccino 4CMenB è in grado di proteggere contro l’87% (IC 95%: 70% - 93%) dei ceppi di meningococco B”.
Infine, il documento dell'ISS giudica accettabile il rapporto tra benefici e rischi della vaccinazione per i bambini e gli adolescenti sulla base degli studi clinici effettuati prima della registrazione del prodotto. Come tutti i vaccini, anche questo è oggetto di controlli e sorveglianza post marketing da parte dell'azienda produttrice e delle agenzie regolatorie, che raccolgono tutte le segnalazioni di effetti avversi e le esaminano “allo scopo di approfondire le conoscenze relative al profilo beneficio-rischio del vaccino in una popolazione più ampia”.
di Eduardo Merille, Flickr


È efficace o no?

Dunque è vero che non c'è la prova clinica della capacità del vaccino di proteggere contro il rischio di infezione da meningococco B. Ma ciò significa che non è dimostrata la sua efficacia? Significa che è inefficace?
Ho richiamato Paolo Bonanni e gli ho posto la questione. “È vero che il vaccino è stato registrato sulla base di dati di immunogenicità e del test MATS e non sulla base di sperimentazioni cliniche classiche: un gruppo vaccinato, un gruppo placebo e verifica della differente incidenza della malattia nei due gruppi”, risponde. “Però quello era il solo modo, accettato dall’Agenzia Europea per i Farmaci, l'EMA, di avere il vaccino per una malattia rara registrato in tempi rapidi. Con il metodo classico ci sarebbero voluti molti anni, con i conseguenti danni che ne sarebbero derivati… Questo fatto non toglie che è accettato che il vaccino può prevenire la maggior parte dei casi di meningite e sepsi da meningococco B. Per tempi non infiniti? Ci vogliono richiami? Lo scopriremo, ma questo è il solo mezzo ad oggi disponibile per prevenire una malattia rara ma molto pesante come conseguenze per la vita e per l’invalidità che ne possono conseguire”.
Inoltre, dice Bonanni, anche se la protezione non è totale, non riguarda tutti i ceppi circolanti, è sempre meglio che non essere affatto protetti. L'87% è meglio dello 0%, che è quel che si ottiene non vaccinando.
Altre informazioni che si ricavano dal rapporto dell'ISS: le infezioni invasive da meningococco B sono rare. L'incidenza in Italia in tutte le fasce d'età tra il 2007 e il 2012 risulta dello 0,23 su 100 mila. Ha un picco di 3,44 su 100 mila nel primo anno di vita, è pari a 1,07 su 100 mila nella fascia tra 1 e 4 anni. Poi decresce e ha un nuovo picco nella fascia tra 15 e 19 anni, da 0,52 su 100 mila. Vuol dire che la vaccinazione non è indicata, “non serve a nulla” sopra l'anno di età?
“È vero che nessuno penserebbe di fare una vaccinazione sistematica e gratuita dei bambini di 8 anni come misura di sanità pubblica. Non sarebbe giustificato”, risponde Bonanni, “ma farsi un vaccino come questo a un’età ‘inusuale’ dell’infanzia più avanzata, specie se un genitore preferisce coprire (pagando) il proprio figlio contro un rischio raro ma possibile non mi pare pratica da condannare, anzi, è come farsi un’assicurazione sulla vita per un rischio esistente seppur non frequente: perché dissuadere chi vuole protezione? Certamente, se discutiamo di fornire il vaccino gratuitamente, dobbiamo concentrarci prima sui bambini piccoli, e poi sugli adolescenti, che sono il serbatoio principale del batterio”.

È sicuro?

Per la mia pace mentale riguardo la vaccinazione di mia figlia, mancava un ultimo tassello: informarmi sulla sicurezza del vaccino. Il medico del centro vaccinale con cui avevo parlato non l'aveva messa in dubbio. Anzi, aveva detto esplicitamente “il vaccino è sicuro, ma se non è anche efficace non ha senso farlo”. Comunque, poiché si tratta di un nuovo vaccino, registrato e messo in commercio da pochi anni, volevo chiarirmi le idee sui test clinici e sui controlli a cui era stato sottoposto per accertarne la sicurezza.
Ho interpellato Carlo Pini, direttore del Centro Nazionale per la Ricerca e la Valutazione dei Prodotti Immunobiologici dell'Istituto Superiore di Sanità, per farmi spiegare la trafila dei test a cui è soggetto un nuovo vaccino prima e dopo l'entrata in commercio.
“In Europa, sicurezza ed efficacia del vaccino contro il meningococco B sono state valutate prima dell'immissione in commercio con una procedura centralizzata da parte dell'EMA”, mi ha spiegato. “Gli esperti dell'EMA hanno esaminato il dossier redatto dall'azienda produttrice, che contiene i dati relativi alla qualità del processo di produzione, ai test effettuati su animali e ai test clinici effettuati sull'uomo. Questi ultimi, i test clinici per valutare sicurezza ed efficacia, sono stati condotti su 2.627 bambini e 1.631 adolescenti. Hanno evidenziato reazioni indesiderate comuni ad altri vaccini: febbre e infiammazione locale sul sito dell'iniezione. L'EMA ha giudicato favorevole il rapporto tra benefici e rischi della vaccinazione e il prodotto è stato autorizzato al commercio in Europa il 14 gennaio 2013”.
Come tutti i vaccini, anche questo è soggetto a ulteriori controlli dopo l'autorizzazione al commercio. “C'è la farmacovigilanza, di cui nel nostro Paese si occupa l'AIFA, l'Agenzia Italiana per il Farmaco”, dice Pini. “Ogni qual volta si verifica un evento avverso correlato alla somministrazione del vaccino, il medico che ha fatto la vaccinazione o quello a cui si è rivolto in seguito il paziente, è tenuto a fare una segnalazione all'AIFA. Se l'evento è blando e compreso tra gli effetti indesiderati già noti del vaccino, come la febbre, non c'è necessità di segnalarlo. Spetta al medico, sulla base della propria esperienza clinica, scegliere quali eventi segnalare, ipotizzando che siano stati causati dalla somministrazione”.
Per fare un esempio, una puntura di vespa all'uscita del centro vaccinale è un evento avverso correlato temporalmente alla vaccinazione ma chiaramente non legato da un rapporto di causa ed effetto, dunque non viene segnalato.
Perché è necessaria la farmacovigilanza, se il vaccino è stato testato prima della registrazione? “Perché i test clinici pre-registrazione sono condotti su alcune migliaia di soggetti. La somministrazione a centinaia di migliaia, milioni di persone sul territorio potrebbe far emergere effetti indesiderati più rari, che non è possibile evidenziare su poche migliaia”, risponde Pini. “A tutt'oggi l'anti-men B è stato somministrato oltre un milione di dosi in tutto il mondo e non è emerso nulla di nuovo”.
Poi c'è la sorveglianza della qualità del prodotto già autorizzato, prima che entri in commercio. “L'azienda esamina ogni lotto di vaccino prima di immetterlo sul mercato”, dice Pini, “ulteriori esami su campioni di ogni lotto vengono condotti nei laboratori di una rete di controllo coordinata dall'EDQM, il Direttorato Europeo per la Qualità dei Farmaci. Infine, in Italia i carabinieri prelevano a campione dosi di vaccino sul territorio, dalle farmacie, dagli ospedali, dai centri vaccinali, e li inviano all'Istituto Superiore di Sanità per un'ulteriore verifica della qualità e della sicurezza”.


Nuovi dati

Con perfetto tempismo, proprio mentre scrivevo questo post, The Lancet ha pubblicato i dati di Public Health England, agenzia del Dipartimento della Salute britannico, sull'efficacia del vaccino anti-meningococco B dopo un anno di somministrazione a tutti i nuovi nati in UK.
Dal primo settembre 2015, in Gran Bretagna la vaccinazione è raccomandata a tutti i bimbi in due dosi: la prima a due mesi e la seconda a quattro mesi. È prevista una dose di richiamo tra 12 e 13 mesi. Nel 2015 in Inghilterra e Galles, aree a cui si riferiscono i dati pubblicati, sono nati 697.852 bambini. A un anno dall'introduzione della vaccinazione risulta che il 95,5% dei piccoli ha ricevuto almeno una delle due dosi entro i sei mesi di vita, l'88,6% le ha ricevute entrambe. Stiamo parlando quindi di 618.297 bambini oggetto dello studio pubblicato su The Lancet.
Dalle ricerche precedenti e dalla valutazione dei ceppi di meningococco B che circolano maggiormente in Gran Bretagna, si stimava un'efficacia protettiva del vaccino variabile tra il 73 e l'88%. Il risultato ora verificato è che due dosi di vaccino proteggono nell'82,9% dei casi dalle infezioni invasive da meningococco B di qualunque ceppo. L'incidenza dei bimbi vaccinati con due dosi è stata confrontata con quella nei quattro anni precedenti l'introduzione della vaccinazione.
Nel corso dei primi dieci mesi dall'introduzione della vaccinazione, i casi di infezione invasiva nella fascia d'età dei bimbi eleggibili per ricevere il vaccino, indipendentemente dal fatto che l'abbiano ricevuto o meno e in quante dosi, si sono ridotti del 50%: 37 casi contro una media di 74 casi pre-vaccino.


Concludendo...

A conclusione di tutta questa storia, porterò sicuramente mia figlia a fare la seconda dose di vaccino, anche se non ho ancora deciso dove andremo.
Sono convinta che il direttore del centro vaccinale con cui ho parlato non sia un anti-vaccinista, ma sono altrettanto convinta che abbia un serio problema di comunicazione. Se ha tentato di dissuadermi perché c'è penuria di dosi del vaccino e ritiene che sia meglio riservarle ai bambini più piccoli, nella fascia a maggior rischio di infezione, doveva dirlo chiaramente. Se ritiene che il costo del vaccino sia sproporzionato rispetto ai vantaggi della somministrazione nella fascia d'età di mia figlia, doveva dirlo chiaramente. Invece ha detto “questo vaccino è inefficace” e come lo ha detto a me, così lo ha detto a diverse mamme che mi hanno contattata per raccontarmi la loro esperienza dopo che ne ho parlato su Facebook. Così facendo ha trasmesso il messaggio che il vaccino contro il meningococco B è inefficace, benché sia raccomandato dalle società scientifiche che hanno valutato la documentazione più aggiornata al riguardo, e dunque più in generale non c'è da fidarsi dell'efficacia dei vaccini raccomandati.
Io ho la fortuna di lavorare nel settore, so a chi rivolgermi e dove trovare le informazioni di cui ho bisogno. Quanta confusione può generare una comunicazione di questo tipo rivolta a famiglie che non hanno altre fonti di informazione?



venerdì 21 novembre 2014

Vaccinazione anti HPV: la copertura nazionale è ferma al 70%

NIH via Wikimedia Commons
L'Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato il rapporto semestrale sull'avanzamento della campagna vaccinale contro il Papillomavirus.
Dal 2008 tutte le Regioni italiane offrono gratuitamente e attivamente il vaccino bivalente (contro i ceppi 16 e 18) o quello quadrivalente (contro i ceppi 6, 11, 16 e 18) a tutte le ragazze al compimento dell'undicesimo anno di età. In aggiunta, Valle D'Aosta, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Liguria e Romagna lo offrono attivamente e gratuitamente anche alle ragazze di 15, 18 e 25 anni.
Da quest'anno il piano vaccinale prevede la somministrazione di due dosi, sia per il farmaco bivalente sia per quello quadrivalente, a distanza di sei mesi una dall'altra. Chi ha già avviato il ciclo secondo la vecchia modalità, cioè con tre dosi, deve riceverle tutte e tre per assicurarsi una protezione efficace.
Il 75% delle giovani coinvolte finora nella campagna ha ricevuto la prima dose di vaccino. Il 70% ha completato il ciclo vaccinale.
L'obiettivo di raggiungere la copertura del 95% è ancora lontano.

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martedì 4 novembre 2014

Salute infantile in Italia: c'è ancora tanto da fare

Ibrahim Iujaz via Wikimedia Commons
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato "Investing in Children", le nuove linee guida strategiche per il periodo 2015-2020, per tutelare la salute di bambini e adolescenti nella regione europea.
La situazione nel nostro continente è eterogenea. Accanto a Paesi, come il nostro, con bassissima mortalità entro i primi 5 anni di vita, ce ne sono altri con una mortalità 25 volte più elevata. E anche nei Paesi in condizioni migliori, non mancano motivi di preoccupazione e problemi da risolvere.
Ho interpellato Milena Lo Giudice, pediatra di famiglia di Palermo e membro della Federazione Italiana Medici Pediatri, per commentare i dati contenuti nel documento e per tracciare una panoramica della situazione italiana.
"È vero che l'Italia è uno dei Paesi al mondo con la più bassa mortalità infantile, entro i primi 5 anni di vita", osserva Lo Giudice, "ma è pur vero che nel Sud Italia la mortalità perinatale, cioè entro i primi 28 giorni di vita, è doppia rispetto al Nord Italia. Cioè il bimbo che nasce al Nord ha il doppio della probabilità di sopravvivere rispetto al bimbo che nasce al Sud. Una situazione, evidentemente intollerabile, che dipende dalla maggior presenza nelle Regioni del Sud di molti centri nascita di piccole dimensioni, da meno di 500 parti all'anno. Venire alla luce in una di queste strutture non offre le stesse garanzie di sicurezza rispetto alle strutture più grandi, da 1000 e più parti all'anno".
C'è poi la nota dolente delle coperture vaccinali. "Il nostro Paese è uno di quelli con le più elevate coperture vaccinali in Europa, ma negli ultimi anni la diffusione incontrollata di notizie false sulla pericolosità dei vaccini ha spinto tante famiglie a perdere fiducia nei confronti di questo importantissimo strumento di prevenzione, con il risultato che le coperture vaccinali stanno calando sensibilmente in tutta Italia", dice la pediatra. "C'è il rischio concreto che nei prossimi anni tornino a verificarsi anche da noi epidemie di morbillo, una malattia infettiva potenzialmente mortale e invalidante, prevenibile con la vaccinazione".
Al riguardo, nel documento dell'OMS si legge che in Europa ogni anno un milione di bambini non riceve le vaccinazioni previste. Negli ultimi 3 anni nel continente sono stati riportati oltre 90.000 casi di morbillo e 70.000 di rosolia.
Magnus Fröderberg via Wikimedia Commons
C'è poi il capitolo della prevenzione delle malattie non trasmissibili, legate ad alimentazione e stile di vita. La ricerca medica ha dimostrato l'importanza dell'allattamento al seno e dell'impostazione di corrette abitudini alimentari nei primi anni di vita per la salute futura del bambino. "In Italia il 70-75% delle donne allatta al seno il proprio bimbo a tre mesi dalla nascita", osserva Lo Giudice. "È una buona percentuale, se si pensa che alcuni decenni fa l'allattamento materno era stato messo in ombra da quello artificiale, ma si può fare molto meglio di così. Quella che manca è la cultura dell'importanza di questo gesto, tanto è vero che ad allattare al seno sono soprattutto le madri con un livello più elevato di istruzione. Per quanto riguarda l'impostazione di corrette abitudini alimentari, nel nostro Paese è la televisione a remare contro, proponendo ai bambini martellanti pubblicità di merendine e alimenti ipercalorici. Anche in questo caso, la battaglia da combattere è quella dell'informazione corretta".
A un'alimentazione ipercalorica si affianca la sedentarietà. "Nelle città italiane ci sono pochi spazi a disposizione dei bambini per il gioco libero all'aria aperta", commenta la pediatra, "e le palestre, le attività sportive organizzate, sono spesso troppo costose per le tasche delle fasce di popolazione svantaggiate dal punto di vista economico. La crisi ha peggiorato la situazione negli ultimi anni".
Il documento dell'OMS segnala poi il grave problema degli abusi e dei maltrattamenti ai danni dei minori. "Il pediatra di famiglia può e deve essere un'antenna sociale in questo ambito", dice Lo Giudice. "Deve captare i segni di sofferenza nei piccoli assistiti in occasione delle visite e dei bilanci di salute e segnalare le situazioni sospette o quelle evidenti alle forze dell'ordine. Occorre in questo campo maggiore interazione tra strutture di pronto soccorso, pediatri di famiglia e scuole, per identificare i bambini vittima di maltrattamenti e abusi".
Infine, ma non meno importante, c'è la questione dei cosiddetti bambini invisibili. Sono minori, spesso figli di migranti irregolari o di nomadi, che non vengono registrati al Servizio Sanitario Nazionale, non hanno un pediatra di famiglia, non fanno bilanci di salute, controlli, non vengono vaccinati, non vanno a scuola. "Sono tanti anche in Italia", dice Lo Giudice. "Si pensi che in diverse Regioni italiane, i bambini figli di migranti non regolari hanno diritto alle cure al pronto soccorso, alle vaccinazioni, ma non al pediatra di famiglia. È una palese violazione della carta dei diritti del fanciullo, che l'Italia ha sottoscritto. Anche laddove hanno il diritto al pediatra di famiglia, spesso non ne usufruiscono perché le famiglie non vogliono venire allo scoperto, oppure perché non sono informate o ancora perché considerano i servizi sociali come una minaccia e non come un aiuto. In alcune Regioni, come la Sicilia, è prevista l'iscrizione all'elenco dei pediatri di famiglia in occasione del primo accesso del bambino al pronto soccorso, oppure all'arrivo in Italia, nel caso di minori migranti, per intercettarne il maggior numero possibile".

venerdì 26 settembre 2014

4 genitori su 10 hanno paura dei vaccini

Grook Da Oger via Wikimedia Commons
Le malattie infettive più temute dai genitori italiani sono la meningite, il tetano e la polio, seguite da morbillo, pertosse e varicella. "Tuttavia, nonostante i vaccini siano il mezzo di prevenzione ideale contro queste patologie, per la maggior parte di mamme e papà sono oggetti misteriosi. Poco informati su efficacia e sicurezza di questi presidi della prevenzione, i genitori finiscono a volte per credere alle tante dicerie che circolano sull'argomento", osserva il pediatra Giuseppe Mele, presidente dell'Osservatorio Paidòss.
In occasione del I Forum dell'Infanzia, organizzato da Paidòss e in corso in questi giorni a Napoli, l'Osservatorio ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta su 105 famiglie e 225 pediatri di famiglia. Dalle risposte degli interpellati risulta che il 5% dei genitori considera i vaccini inefficaci, il 23% teme effetti indesiderati immediati della somministrazione, il 18% teme danni a lungo termine. Dato ancor più allarmante: il 10% dei pediatri interpellati non è convinto dell'efficacia e della sicurezza delle vaccinazioni e non le raccomanda ai suoi assistiti.
I risultati di tanto allarmismo si fanno vedere. È di questi giorni la pubblicazione da parte del Ministero della Salute dei dati sulle coperture vaccinali a 24 mesi di età, relativi al 2013. Li trovate nei dettagli qui.
Le percentuali di copertura sono in calo per tutte le vaccinazioni raccomandate, con valori che toccano il livello più basso degli ultimi 10 anni. Le coperture nazionali contro poliomielite, tetano, difterite, epatite B e pertosse sono di poco al di sopra del 95%, che è la soglia minima necessaria per impedire la circolazione del virus nella popolazione. Quella contro l'Haemophilus influenzae b è al 94,5%, sotto la soglia minima. La copertura per morbillo, parotite e rosolia è calata dal 90% del 2012 all'88,1% del 2013.

martedì 8 luglio 2014

VaccinarSì!

"La salute è come la libertà: ti accorgi di quanto vale solo quando rischi di perderla". Così ha esordito il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin oggi a Roma all'apertura di una conferenza per celebrare un anno di attività del portale istituzionale VaccinarSì.
Oggi nei Paesi industrializzati adulti e bambini sono liberi dalla minaccia di tante malattie infettive gravi, alcune potenzialmente letali, grazie alla pratica delle vaccinazioni di massa. "Proprio il fatto che queste malattie da noi sono state debellate o quasi debellate, fa sì che non le abbiamo più sotto gli occhi e non ricordiamo quanto fossero terribili, quali fossero i danni che arrecavano alla salute", dice il Ministro. "La nostra attenzione si è spostata così sui danni che i vaccini possono arrecare alla salute. Qualunque farmaco comporta il rischio di reazioni avverse, anche i vaccini. La probabilità di una reazione avversa a un vaccino, però, è di gran lunga inferiore alla probabilità di un danno nel caso in cui si contragga una malattia a cui non si è vaccinati. Se abbassiamo la guardia e non vacciniamo i nostri figli per non esporli al rischio dei danni da vaccino, li esponiamo al rischio dei danni da malattia, che è un rischio maggiore. Le malattie di cui parliamo non sono state eradicate a livello mondiale. Esistono ancora, possono ancora raggiungerci. Si pensi alla Siria, dove ancora oggi sono presenti dei focolai di polio. Si pensi a quanta gente in fuga dalla Siria raggiunge l'Italia. Oppure si pensi ai focolai di difterite ancora presenti in alcuni Paesi dell'Europa dell'Est. L'unica difesa della nostra popolazione da questi rischi è la vaccinazione di massa".
Negli ultimi anni le campagne dei movimenti anti-vaccini hanno minato la fiducia di tante famiglie nei confronti dell'utilità delle vaccinazioni. "I risultati si vedono, sono concreti", osserva Michele Conversano, presidente della Società Italiana di Igiene. "La copertura della vaccinazione anti morbillo-parotite-rosolia è calata, in alcuni comuni, anche del 25%. E di pari passo abbiamo registrato un aumento dei casi di morbillo nel nostro Paese".
Non è vero, come sostengono alcune associazioni e movimenti politici, che tagliando l'offerta gratuita dei vaccini ai bambini o limitando l'offerta ai soli vaccini obbligatori lo Stato risparmierebbe denaro. Ecco un dato presentato alla conferenza: negli anni 2002-2003 sono stati registrati in Italia 5.154 casi gravi di morbillo con ricovero ospedaliero, costati al servizio sanitario pubblico 9 milioni di euro. Con la stessa cifra si possono vaccinare 770.000 bambini. Complessivamente, negli stessi anni, i casi gravi e meno gravi di morbillo sono costati alle casse pubbliche 22 milioni di euro, l'equivalente della vaccinazione per 1,9 milioni di bambini.
Il portale VaccinarSì, che ha anche una pagina su Facebook ed è presente su Twitter, offre informazioni chiare, documentate e affidabili su rischi e benefici delle vaccinazioni, sulle malattie infettive che le vaccinazioni prevengono, su indicazioni e controindicazioni. Quando si parla di farmaci e pratiche mediche, non valgono le opinioni personali. Valgono i risultati degli studi clinici, che sono migliaia, condotti dalle autorità sanitarie di tutto il mondo e non solo dalle industrie farmaceutiche come si vuol far credere e sono studi di ampio respiro, che valutano rischi e benefici nell'arco di decenni, su grandi numeri.

martedì 1 luglio 2014

Risparmiare sulle vaccinazioni

foto CDC
"Lo scandalo dello spreco di soldi pubblici per vaccini pediatrici inutili se non addirittura pericolosi". Sono queste le esatte parole usate nel comunicato stampa del Codacons che ha presentato un esposto contro la somministrazione della vaccinazione esavalente, ipotizzando i reati di truffa e abuso d'ufficio. Di recente la storia di questo esposto ha avuto ampia eco sulla stampa per la decisione del Gip di Torino di accoglierlo per ulteriori indagini.
La legge stabilisce l'obbligatorietà di quattro vaccinazioni, contro tetano, difterite, polio ed epatite B. L'esavalente, somministrata di routine ai bambini, ne contiene altre due, non obbligatorie ma raccomandate, quella contro la pertosse e quella contro l'Haemophilus influenzae di tipo b. Dal momento che non sono obbligatorie, sostiene il Codacons, non c'è alcuna ragione di fare queste ultime due vaccinazioni. Dal momento che non sono obbligatorie, sono inutili. Come se fosse utile solo ciò che è obbligatorio fare.
Ma c'è di più. L'associazione prosegue dicendo che eliminare l'esavalente, e dunque tagliare le due vaccinazioni non obbligatorie, comporterebbe un cospicuo risparmio di soldi per la collettività. Risparmiare sulla prevenzione è una mossa miope e improvvida, la peggior scelta possibile nella gestione della sanità pubblica.

Il vaccino contro il vaiolo oggi non viene più somministrato perché l'infezione, grazie alla vaccinazione, non esiste più. (CDC via Wikimedia Commons)
Prevenire serve a risparmiare
Si da il caso, infatti, che un'ampia documentazione scientifica testimoni l'efficacia di quei due vaccini nel prevenire la pertosse e l'Hib. E il loro costo per la collettività è nettamente inferiore al costo dei casi di malattia che l'assenza di vaccinazione comporterebbe.
Stefania Salmaso, direttore del Centro di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell'Istituto Superiore di Sanità, lo spiega dettagliatamente in una nota pubblicata di recente dall'ISS.
"Nel caso del Hib", scrive, "il costo della malattia deve tenere presente la gravità delle infezioni cliniche, invasive, che si verificano nella prima e nella seconda infanzia (specialmente meningite e sepsi tra 3 e 24 mesi, epiglottidite tra i 2 e i 5 anni); l’elevata frequenza degli esiti: 15-20% di sequele neurologiche, tra le quali ipoacusie; incremento della resistenza batterica per l’uso di trattamenti antibiotici. Vale la pena di ricordare che in Italia prima dell’introduzione della vaccinazione estesa si contavano più di un centinaio di casi ogni anno di malattie invasive da Hib. La vaccinazione è stata introdotta dal 1995, ma solo dopo la disponibilità di vaccini combinati con le componenti obbligatorie la sua frequenza d’uso è aumentata da quasi azzerare i casi in Italia.
Anche per la pertosse in epoca pre-vaccinale estesa (primi anni Novanta) si registravano decine di migliaia di casi ogni anno. Ogni caso di pertosse tossisce in modo parossistico per circa due mesi, viene sottoposto a diversi accertamenti e trattamenti e rimane per diverso tempo particolarmente suscettibile a molte infezioni respiratorie. Per i bambini nel primo anno di vita la pertosse può essere fatale. Tutto questo comporta costi economici non indifferenti moltiplicati per il numero di casi nel Paese. Dall’introduzione della vaccinazione, a partire dalla fine degli anni Novanta, la frequenza di pertosse ha registrato una diminuzione del numero dei casi, fino ai minimi storici degli ultimi anni".
La prevenzione, dunque, è uno strumento che serve proprio a risparmiare. Tagliare sulla prevenzione non fa risparmiare. Al contrario, moltiplica i costi.

foto CDC
I danni della guerra ai vaccini
Risparmiare sui vaccini o far la guerra ai vaccini diffondendo paure prive di fondamento scientifico fa dei danni concreti. Il 12 giugno scorso, in occasione del Congresso Italiano di Pediatria, sono stati presentati i dati relativi alla diffusione del morbillo nel nostro Paese.
"Nel mese di aprile 2014 si sono verificati in Italia 236 casi, portando a 1.047 quelli segnalati dall'inizio dell'anno, in notevole aumento rispetto al corrispondente periodo del 2013, quando si registrarono poco più di 700 casi", ha illustrato Alberto Ugazio, direttore del Dipartimento di Medicina Pediatrica dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma e presidente della Commissione vaccini della Società Italiana di Pediatria. "Lo scorso anno sono stati registrati complessivamente circa 2.200 casi di morbillo, ma a fine 2014 c'è da aspettarsene molti di più perché i dati oggi disponibili non comprendono il periodo di maggio-giugno, quando non si è ancora esaurito il picco stagionale".
Sulle cause del fenomeno gli specialisti non hanno dubbi: è correlato al progressivo calo in atto della copertura vaccinale contro il morbillo, un'altra vaccinazione non obbligatoria e dunque, secondo la logica dell'esposto del Codacons, inutile.

Il prossimo 8 luglio a Roma, l'Auditorium del Ministero della Salute ospiterà una conferenza stampa sull'importanza delle vaccinazioni pediatriche, in occasione del primo anno dalla nascita del portale di informazione www.vaccinarsi.org



mercoledì 2 aprile 2014

Una riflessione (documentata) sull'autismo

Si celebra oggi la Giornata Mondiale per la Consapevolezza dell'Autismo, ricorrenza istituita dall'ONU per riflettere e riportare al pubblico informazioni corrette sui disturbi dello spettro autistico, molto diffusi, sempre più diffusi, ma ancora non del tutto compresi.
Il sito web dell'Istituto Superiore di Sanità ha dedicato un Primo Piano all'argomento e offre continui aggiornamenti sui disturbi dello spettro autistico in un portale dedicato.
Colgo l'occasione per riprendere brevemente il tema del rapporto tra autismo e vaccini, che di recente è tornato alla ribalta. L'ISS ha pubblicato una nota al riguardo alcuni giorni fa. Decine di lavori condotti da enti di ricerca pubblici hanno constatato l'assenza di correlazione tra le vaccinazioni e l'insorgenza dell'autismo. Uno studio pubblicato nel 2013 da The Journal of Pediatrics e condotto da ricercatori del CDC di Atlanta ha confrontato l'esposizione agli antigeni vaccinali nei primi due anni di vita di 256 bambini con autismo con quella di un gruppo di controllo di 752 bambini non affetti da autismo. Non è emersa alcuna correlazione tra il rischio di insorgenza del disturbo e il numero complessivo di anticorpi somministrati nel primi due anni di vita o il numero di anticorpi somministrati a ogni singola seduta vaccinale. Inoltre, pur essendo negli ultimi anni aumentato il numero di vaccinazioni somministrate ai bambini, i ricercatori hanno evidenziato che grazie all'utilizzo di nuove e migliori tecniche di produzione il numero di proteine stimolanti della risposta immunitaria è diminuito.
Infine, benché esistano ancora molte lacune su quali siano le cause e il meccanismo di insorgenza dei disturbi dello spettro autistico, nuove ricerche suggeriscono l'esistenza di un danno neurobiologico che avrebbe origine durante la vita prenatale, nelle prime fasi dello sviluppo del sistema nervoso del nascituro.

sabato 1 febbraio 2014

Reazioni avverse ai vaccini: come segnalarle

I controlli su un vaccino, come quelli su ogni altro farmaco, non cessano con l'autorizzazione alla sua immissione in commercio. Le autorità sanitarie hanno predisposto un sistema di farmacovigilanza che consiste nella raccolta e nell'analisi di tutte le segnalazioni di potenziale reazione avversa. "Questa procedura serve a evidenziare eventuali reazioni rare, che possono emergere solo sui grandi numeri e non si osservano in fase di studio clinico", spiega Giovanna Zanoni, responsabile del Programma regionale di consulenza prevaccinale e sorveglianza degli eventi avversi a vaccinazione del Veneto. "Serve a identificare fattori di rischio per le reazioni avverse, a identificare cioè le caratteristiche che rendono una persona a maggior rischio di reazione. Infine, serve a individuare eventuali situazioni anomale, che necessitano di approfondimento, quando la frequenza degli eventi avversi per un dato prodotto è superiore al previsto".
La segnalazione di reazione avversa viene fatta dal personale del centro vaccinale, quando si verifica immediatamente dopo la somministrazione, o dal pediatra di famiglia, quando viene avvisato dai genitori nelle ore o nei giorni successivi alla vaccinazione. "Oppure, i genitori stessi possono farla, utilizzando il modulo disponibile sul sito dell'Agenzia Italiana per il Farmaco, all'indirizzo http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/modalità-di-segnalazione-delle-sospette-reazioni-avverse-ai-medicinali", dice Zanoni. "Consiglio in questo caso di specificare nella compilazione del modulo la data della vaccinazione e la data in cui si è manifestata la reazione e, se c'è n'è, allegare tutta la documentazione medica: certificati e schede di dimissioni". Tutte le reazioni possono essere e andrebbero a rigor di legge segnalate, dal lieve rialzo febbrile allo shock anafilattico. 
Le segnalazioni di sospetta reazione vengono esaminate dai centri regionali di farmacovigilanza, che ne valutano la plausibilità. Tengono conto del nesso temporale tra la vaccinazione e la reazione. "Se la reazione si è verificata immediatamente dopo la vaccinazione è maggiore la probabilità che ci sia un nesso", dice l'esperta. "Considerano inoltre la plausibilità biologica del nesso: alcuni agenti possono dare determinate reazioni e non possono darne altre".
Infine, tutte le schede confluiscono in un database gestito dall'AIFA, che pubblica annualmente un rapporto sugli eventi avversi da vaccinazione, disponibile sul sito dell'Agenzia.
Che dire delle potenziali reazioni avverse a lungo termine? "Nel singolo non è possibile rilevarle, perchè troppi fattori potrebbero concorrervi: alimentazione, ambiente, malattie, inserimento nella comunità scolastica", dice Zanoni. "Gli strumenti con cui indaghiamo su questo genere di conseguenze sono gli studi epidemiologici sui grandi numeri, confrontando popolazioni vaccinate e non vaccinate o la stessa popolazione prima o dopo l'introduzione del vaccino".

venerdì 31 gennaio 2014

Perché vaccinare i maschi contro la rosolia?

Che senso ha immunizzare i maschietti contro la rosolia, una malattia pericolosa solo se contratta in gravidanza?
"Diversi anni fa la vaccinazione contro la rosolia veniva offerta solo alle adolescenti, ma la copertura rimaneva insufficiente a intaccare l'incidenza dei casi di rosolia congenita nei neonati", risponde Michele Conversano, presidente della Società Italiana di Igiene. "I risultati concreti li abbiamo ottenuti quando abbiamo raccomandato la vaccinazione a tutti i nuovi nati, maschi e femmine. Abbiamo creato così una protezione di gregge per tutta la popolazione. Similmente si pensa ora di estendere la vaccinazione contro il papilloma virus anche ai maschi. Servirebbe a proteggere meglio la popolazione femminile dal rischio di tumore al collo dell'utero e anche a proteggere i maschi dal condiloma".

Vaccini raccomandati: cosa c'è dietro la scelta

In che modo le autorità sanitarie scelgono quali vaccinazioni inserire nel piano vaccinale, tra quelle raccomandate e offerte gratuitamente? Risponde Michele Conversano, presidente della Società Italiana di Igiene, a margine del convegno "Vaccini e vaccinazioni: atto quarto" in corso a Roma, organizzato dalla Rete Vaccini della Federazione Italiana Medici Pediatri.
"Al momento di scegliere se inserire o meno una nuova vaccinazione tra quelle raccomandate viene avviata una procedura di valutazione che tiene conto della pericolosità della malattia, della sua incidenza, dei costi della malattia per il servizio sanitario pubblico e dei costi indiretti per la società, di quanto costa la malattia in termini di anni di vita persi e in termini di anni di vita in relazione alla qualità della vita", dice Conversano. "Questi fattori vengono confrontati e pesati rispetto al rischio di reazioni avverse al vaccino e rispetto alla spesa del servizio sanitario per offrire la vaccinazione. Solo se il bilancio  è positivo la vaccinazione viene inserita nel Piano Nazionale Vaccini".