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domenica 2 agosto 2015

Il neonato sano: istruzioni per l'uso? (Seconda Parte)

Nelle prime ore di vita è meglio allontanare dalla madre il bambino, benché sano e nato a termine, e affidarlo alle cure del personale sanitario, per tenere sotto controllo le sue condizioni di salute e prevenire eventi avversi, improbabili ma sempre possibili.
Nella prima parte di questo post ho riportato le critiche mosse da medici, ostetriche e consulenti per l'allattamento a questa controversa affermazione, contenuta in un documento pubblicato dalla Società Italiana di Neonatologia.
Non è questo l'unico punto critico del testo della SIN.

di Petr Kratochvil via Wikimedia Commons


Il calo fisiologico e l'aggiunta

Per esempio, si legge nel documento che “il calo di peso nei primi giorni di vita fino al 10% del peso di nascita è assolutamente fisiologico e non deve destare preoccupazione”.
Poco più avanti viene detto, però: “Se il calo è tra il 7% e il 10% si integra l’allattamento al seno con latte artificiale (aggiunta di latte dopo la poppata al seno) in modo da garantire al neonato l’apporto adeguato, si controlla la diuresi (semplice osservazione) e si danno indicazioni ai genitori sull’alimentazione al seno. Se il calo di peso è maggiore del 10% si controlla la diuresi con il peso del pannolino, si eseguono esami ematochimici (natremia e creatininemia) e si suggerisce un’integrazione alimentare con latte artificiale dopo la poppata al seno”.
Dunque il calo è fisiologico entro il 10%, ma già al 7% è opportuno intervenire con l'aggiunta di latte artificiale? “In terza giornata dopo il parto, il calo può raggiungere il 10%”, spiega Elisabetta D'Amore, coordinatrice ostetrica di sala parto dell'Ospedale Fatebenefratelli dell'Isola Tiberina di Roma. “Se la soglia viene superata, bisogna comprenderne le ragioni: forse c'è qualcosa che non va nelle modalità di attacco al seno, forse le poppate non sono abbastanza frequenti. Solo se i tentativi di risolvere il problema non danno risultati soddisfacenti e il bambino continua a calare di peso o non lo recupera, si prescrive l'aggiunta, che non deve essere demonizzata, ma che va prescritta quando ce n'è effettiva necessità”.
Ho chiesto a Costantino Romagnoli, presidente della SIN, di chiarire il senso dell'integrazione di latte artificiale se il calo neonatale è al 7%, dunque ancora entro i limiti della fisiologia. “È ben noto che un calo fisiologico superiore al 10% vuol dire che il neonato non ha ricevuto liquidi a sufficienza”, risponde il neonatologo. “Questo comporta spesso una contrazione della diuresi (emissione di urine) e un aumento della concentrazione di sodio e di elettroliti nel sangue che può essere molto dannosa (convulsioni ipernatriemiche). Chi, come me, lavora in in un grande ospedale vede molti neonati che vengono ricoverati con questo problema (la disidratazione, non le convulsioni) perché non è stato valutato bene l’apporto alimentare o perché l’allattamento stenta a decollare. Allora da sempre un calo giornaliero superiore al 5% viene da noi considerato a rischio e necessita di un controllo alimentare (verificare quanto latte prende il bambino, controllare la diuresi e il peso) ed integrare con liquidi l’eventuale carenza. Il limite del 7% è il limite di allarme per evitare che il neonato superi il 10% del calo totale: vuol dire assistere meglio la madre nell’allattamento, controllare più da vicino il neonato in rooming-in ed eventualmente consigliare integrazioni se necessarie”.
Ancora una volta, dunque, il principio che anima queste indicazioni è considerare la fisiologia una condizione a rischio di sfociare nella patologia. “Può accadere che una donna abbia poco latte, che l'integrazione si riveli necessaria, ma non è assolutamente la norma. La disidratazione del neonato non è un evento frequente”, commenta Riccardo Davanzo, neonatologo dell'Ospedale Burlo Garofolo di Trieste. “Bisogna fare chiarezza e non agitare spauracchi”.
L'integrazione con latte in formula non può essere prescritta in via precauzionale, senza reale necessità, perché non è priva di effetti indesiderati. “È l'inizio di un circolo vizioso che pregiudica il buon avvio dell'allattamento”, commenta la Coalizione Italiana per l'Alimentazione dei Neonati e dei Bambini. Succede che il neonato, saziato dall'aggiunta, riduce la frequenza delle poppate al seno e le mammelle, senza la giusta stimolazione, riducono la produzione di latte. Un circolo vizioso, appunto.

di I Produnis via Wikimedia Commons


A richiesta, ma non troppo

Parlando ancora di allattamento, il documento della SIN afferma che “ogni poppata dovrebbe durare in tutto circa 20-30 minuti (non più di 10-15 minuti per seno) alternando il seno da cui si inizia”. Allattamento a richiesta, dunque, ma con l'orologio in mano.
“Ogni neonato ha i suoi tempi, che sono anche dettati dalla frequenza delle ondate di latte a disposizione e dalla calibrazione del seno”, risponde la CIANB, “in più, il neonato si stacca spontaneamente da una mammella quando ha assunto tutta la quantità di grassi che gli giova; dare tempi per una poppata e per ogni singola mammella va contro la fisiologia dell’allattamento”.
Interpellato su questo punto, Romagnoli risponde così alle critiche. “Chi ha qualche anno sulle spalle, ha vissuto in passato il tempo delle doppie pesate ed ha potuto verificare che tale pratica è poco utile e non la consiglia più, se si attuano gli altri controlli consigliati. Quella pratica però ci ha insegnato che nei primi 5-10 minuti ad ogni seno il neonato assume il 95% del latte che assumerà in totale qualunque sia la durata della poppata”.
Va detto, però, che la composizione del latte materno non è omogenea nel corso della poppata. “Quello che il piccolo assume nei primi minuti di suzione è ricco di zuccheri e povero di grassi, acquoso”, spiega Elisabetta D'Amore. “Man mano che la mammella si svuota, il liquido si fa più denso e ricco di grassi, indispensabili per il nutrimento del neonato. I bimbi che d'abitudine vengono staccati pochi minuti dopo avere iniziato a mangiare, crescono più lentamente e tendono a cercare più spesso il seno”.
Riguardo alla frequenza delle poppate nelle prime settimane di vita, il testo della SIN dice che “è importante attaccare il neonato al seno appena possibile e frequentemente nei primi giorni di vita poiché la suzione dal capezzolo è l’unico stimolo veramente efficace per la produzione del latte”, ma poi aggiunge: “Il neonato si autoregola nell’appetito e piange quando ha fame. Questo è certamente vero quando il colostro iniziale si sarà trasformato in latte maturo (15-20 giorni dopo il parto), ma fino a quel momento cercare un ritmo sarà utile per il neonato e per il seno materno. Se si attacca il neonato al seno ogni 2-3 ore e si cerca di allungare il tempo tra una poppata e l’altra non c’è dubbio che si facilita l’assunzione di quantità di latte maggiori perché il seno ha più tempo per riempirsi. Nello stesso tempo un neonato che mangia quantità sempre maggiori tende ad assumere un ritmo di poppate inferiori lasciando alla madre il tempo di recuperare (forze e sonno)”.
Dunque la suzione frequente stimola la produzione di latte, ma è meglio allungare la distanza tra le poppate per consentire al seno di riempirsi. I conti non tornano.
“Se è vero che in fase di avvio dell’allattamento la stimolazione più frequente è utile a stimolare la produzione di latte”, commenta Costantino Romagnoli, “una volta avviato l’allattamento il neonato tende ad assumere più latte ad ogni poppata e questo dilata progressivamente il suo stomaco che all’inizio è una cavità virtuale. Ora, se il neonato viene allattato ogni ora, prende poco latte (quello che si può essere prodotto in un’ora) e mangerà 15-20 volte al giorno. Questo porta la madre ad un affaticamento che va ad interferire fisicamente e psicologicamente sull’allattamento futuro. Si pensi che, oggi, il sentirsi non adeguata all’allattamento è la causa principale della depressione post-partum”.
Ma se il bambino non succhia frequentemente, il seno non si riempie. “È un meccanismo naturale che si è sviluppato nei mammiferi per rallentare o bloccare la produzione del latte se la richiesta da parte del piccolo diminuisce o viene a mancare”, spiega Elisabetta D'Amore. “Distanziare forzatamente le poppate comporta una riduzione della produzione di latte. Il bambino regola la produzione del latte materno aumentando o diminuendo la frequenza delle richieste a seconda della quantità di alimento di cui ha bisogno”.
Infine, si legge nel testo della SIN: “Bisogna rassicurare le mamme che se si somministra qualche liquido (acqua, camomilla, tisana) al neonato questo si attaccherà comunque al seno”.
A che pro somministrare al neonato acqua, camomilla o tisana, se ricava i liquidi e il nutrimento di cui ha bisogno dal latte materno? “Se un neonato piange ininterrottamente, nonostante la madre lo tenga al seno in continuo (e non è evento poco frequente soprattutto nei primi giorni dopo il parto per primipare, tagli cesarei, madri con capezzoli introflessi, neonati di basso peso e late preterm) cosa si proporrà di fare se non di dare qualche liquido? O sarebbe meglio il latte artificiale?”, risponde Romagnoli.
“Il neonato che mangia regolarmente, che bagna 5-6 pannolini al giorno e che cresce secondo fisiologia non ha bisogno di acqua, camomilla, tisane o di latte in formula”, dice Elisabetta D'Amore. “Il fatto che pianga frequentemente non vuol dire che abbia fame o sete. Il pianto è un sintomo aspecifico: può dipendere da mille motivi. Bisogna piuttosto cercare di capire perché il piccolo si comporta così. La somministrazione di liquidi in aggiunta al latte materno nei primi giorni di vita, a meno che non sia necessaria per ragioni mediche, mette a rischio il buon avvio dell'allattamento, perché può instaurare nel bambino una falsa percezione di sazietà e spingerlo a succhiare meno latte”.

Nella prima e nella seconda parte di questo post ho evidenziato alcuni dei punti più controversi del documento pubblicato dalla SIN. “Sono certo che queste mie considerazioni accresceranno le critiche più che rispondere ad esse”, ha commentato Romagnoli al termine dell'intervista. “Ma la pratica clinica non è fatta di sentenze e di teorie. La salute della madre e del bambino la si protegge agendo in sicurezza ed evitando rischi inutili”.
L'approccio che il presidente della SIN propone per agire in sicurezza e prevenire rischi inutili non è condiviso da tutti i suoi colleghi. “Il documento del presidente è oggetto di discussione sia all'esterno che all'interno della Società”, dice Davanzo. “La dialettica è accesa. Il dibattito proseguirà e vedremo a che cosa porterà”.



venerdì 31 luglio 2015

Il neonato sano: istruzioni per l'uso? (Prima Parte)

Di che cosa ha bisogno un bimbo sano, nato a termine con parto fisiologico? Del contatto pelle a pelle con la mamma e il rispetto dei suoi tempi, oppure di controlli attenti e procedure mediche per prevenire l'eventualità di un peggioramento delle condizioni di salute, improbabile ma sempre possibile? Di entrambe le cose, ovviamente. Sicurezza e benessere del piccolo sono entrambi obiettivi importanti. Tutto sta nel conciliarli al meglio nelle cure dei primi giorni di vita.
di Ernest F via Wikimedia Commons

La Società Italiana di Neonatologia ha pubblicato sul proprio sito e diffuso alla stampa un documento dal titolo “Genitori e i primi 30 giorni con il bebè”, che raccoglie “i consigli degli esperti su come affrontare nel modo giusto l'arrivo di un bambino”. Il succo del messaggio è: anche al bimbo apparentemente più sano potrebbe accadere improvvisamente qualcosa di brutto. È meglio che di lui si prenda cura il personale sanitario nel nido, piuttosto che la mamma, disattenta perché inesperta e stanca per il travaglio.
Settimana dopo settimana, il documento è rimbalzato sui social media suscitando vivaci polemiche, che sono montate sempre più.

Il nido è più sicuro

Dice il testo della SIN che appena nato, dopo essere stato rapidamente osservato, asciugato e avvolto in un telo, il piccolo viene appoggiato alla mamma. “Una volta in braccio, il bambino può essere attaccato al seno. Si tenga presente che nella prima mezz’ora di vita in genere il neonato è molto attivo, dopodiché segue una fase fisiologica di rilassamento dopo lo stress del parto, in cui è normale che si addormenti. Ecco perché i 20-30 minuti successivi alla nascita sono quelli ideali in cui cominciare ad allattarlo, per stimolare da subito la produzione del latte e favorire il legame mamma-bambino. (…) Nelle 2 ore successive al parto la donna resta in osservazione in una stanza attigua alla sala parto. E il neonato? È probabile che a questo punto si sia già addormentato, per questo è meglio che anche la mamma si rilassi e il bimbo sia portato nel nido, dove può riposare nelle condizioni ed alla temperatura ottimali e dove soprattutto le puericultrici ed il neonatologo possono effettuare periodicamente i controlli di battito e respiro”.
Al contatto pelle a pelle con la mamma e all'avvio dell'allattamento vanno riservati, dunque, i primi 20-30 minuti di vita, dopo di che è meglio che il neonato sia trasferito al nido e affidato alla cura di medici e puericultrici. 

Rispettare i tempi del bambino e della mamma

La Coalizione Italiana per l'Alimentazione dei Neonati e dei Bambini, che ha risposto alle dichiarazioni della SIN con una lettera , osserva su questo punto: “Il neonato, proprio perché attivo, esprime in questo momento al massimo i riflessi innati primitivi che, assieme alle sue competenze neuro-motorie, gli permettono di cercare e trovare, con tempi e modi soggettivamente variabili, la mammella della mamma e di attaccarsi spontaneamente al seno. Alcuni neonati ci riescono in 20-30 minuti, altri necessitano di un tempo superiore (fino a 2 ore), in media ci vogliono almeno 60 minuti o poco più. Questa fase e il contatto pelle a pelle non dovrebbero essere interrotti fino al completamento della prima poppata e, comunque, fino a quando la mamma lo desidera”.
Ho chiesto a Costantino Romagnoli, presidente della SIN, un commento sulle critiche espresse. “Cerchiamo di capire il senso di quanto detto”, risponde il neonatologo. “Innanzitutto la SIN da sempre sostiene l'importanza del contatto pelle a pelle e su questo è impegnata quotidianamente. È fisiologico che il neonato, dopo la nascita, abbia un periodo di circa 30 minuti di attività e poi dorme per circa 2 ore. La madre dopo il parto è nella maggior parte dei casi provata, specie le primipare e dopo un travaglio lungo. È bellissimo vedere il bimbo che dorme sulla madre dormiente o sonnecchiante. C’è solo un problema: come controllare che il bimbo stia bene. È ben noto che esista il neonatal collapse (la letteratura è piena di segnalazioni) e che molti centri (vedi Burlo Garofolo di Trieste) hanno instaurato un sistema di controllo nelle due-tre ore successive al parto con personale dedicato. Punti nascita con oltre 3000 nati all'anno non hanno dotazioni tecnologiche e di personale atte a tale tipo di controllo: allora cosa si fa? Ci si affida al caso o al destino? Non mi sembra la pratica migliore per la sicurezza del neonato”.

di Bonnie U Gruenberg via Wikimedia Commons


Il collasso neonatale

Il neonatal collapse a cui Romagnoli fa riferimento è un'evenienza rara (da 2,6 a 38 casi ogni 100.000 nati in Europa) che si verifica in prevalenza nelle prime 72 ore di vita, analoga alla SIDS, la morte in culla. Le cause sono ancora per lo più sconosciute, ma l'esito fatale può essere prevenuto tenendo sotto controllo i parametri vitali del neonato per intervenire tempestivamente in caso di alterazioni. Visto che il presidente della SIN ha chiamato in causa sull'argomento l'Ospedale Burlo Garofolo di Trieste, ho interpellato Riccardo Davanzo, neonatologo responsabile del servizio di rooming in e nido dell'ospedale triestino.
“Il collasso neonatale è un rischio reale, che non deve essere trascurato”, dice Davanzo, “ma non è giusto agitarlo come uno spauracchio per giustificare pratiche che non incoraggiano il contatto pelle a pelle tra la madre e il bambino e l'avvio precoce dell'allattamento. Il contatto con la mamma, precoce e prolungato, fa bene al neonato. Non è ideologia. Si sa, è dimostrato, i suoi benefici per la salute di entrambi sono dati di fatto ormai incontestabili. Per la sicurezza del bambino è necessario controllare periodicamente i suoi parametri vitali, ma per farlo non occorre tenerlo lontano dalla mamma. È sufficiente organizzarsi e seguire dei criteri adeguati. Non è una missione impossibile: da noi e altrove si fa così. Il documento del presidente della SIN descrive le pratiche messe in atto in alcuni ospedali italiani, non tutti, e di certo non descrive le modalità ideali di cure del neonato. Se l'organizzazione di alcune strutture impone dei limiti, questo non sia un alibi per far passare come ideale quel che ideale non è”.

Leggi qui la seconda parte dell'articolo. L'allattamento al seno, il calo fisiologico, le aggiunte di latte artificiale, orari e durata delle poppate secondo il documento della SIN. Le critiche della Coalizione Italiana per l'Alimentazione dei Neonati e dei Bambini, i commenti di Riccardo Davanzo e di Elisabetta D'Amore, coordinatrice ostetrica della sala parto dell'Ospedale Fatebenefratelli di Roma.

lunedì 16 marzo 2015

Neonati d'inverno: 8 mosse per proteggerli

Andrew Vargas viaWikimedia Commons
È arrivato il freddo e, soprattutto è arrivata la stagione delle infezioni respiratorie. La Società Italiana di Neonatologia ci ricorda che i neonati sono particolarmente vulnerabili alle complicanze delle più banali infezioni. A poche settimane di vita, un raffreddore può aprire le porte a una bronchiolite e la gastroenterite può provocare disidratazione. Maggiore attenzione richiedono i più piccoli, nati prima del termine, che hanno difese immunitarie basse perché la mamma non ha fatto in tempo a trasmettere loro i suoi anticorpi attraverso la placenta.
Ecco otto mosse suggerite dagli specialisti della SIP per proteggere i bimbi dal rischio dei malanni di stagione e dai rigori invernali.

1. Allattarli al seno. Attraverso il latte, la mamma passa al bambino le immunolobuline IgA, che proteggono il suo intestino dai batteri patogeni, e la lattoferrina, che rafforza le difese immunitarie.

2. Vaccinarsi contro l'influenza. Il bambino non può essere vaccinato prima dei 6 mesi. Se i genitori e i nonni si vaccinano, formano uno scudo protettivo intorno a lui.

3. Evitare i luoghi chiusi affollati dove è probabile entrare in contatto con persone infette.

4. Lavarsi le mani con il sapone prima di toccare il bimbo.

5. Passeggiare all'aria aperta ed esporre al sole il bambino per favorire la produzione di vitamina D, che svolge un ruolo importante nel funzionamento del sistema immunitario.

6.  All'aperto, coprire adeguatamente il neonato. Né troppo, né troppo poco. Mettergli il cappellino quando fa freddo, perché i bimbi hanno la testa grande e spesso priva di capelli che disperde facilmente il calore.

7. In casa, moderare il riscaldamento per evitare sbalzi di temperatura rispetto all'esterno e perché una stanza surriscandata è un fattore di rischio per la sindrome della morte in culla.

8. Non imporre ai più piccoli il fumo passivo: infiamma le loro vie respitatorie e favorisce infezioni e allergie.

giovedì 29 gennaio 2015

Allergie: guerra preventiva

Jaro P via Wikimedia Commons
Prevenire le allergie si può, o almeno ridurne sensibilmente il rischio. Nelle sue nuove linee guida appena pubblicate, l'Organizzazione Mondiale per le Allergie raccomanda alle future e alle neomamme di assumere probiotici durante gravidanza e allattamento e somministrarne ai loro bimbi nei primi mesi di vita. In questo modo, se il piccolo è ad alto rischio di malattia allergica per familiarità, la probabilità che ne soffra si riduce del 5-15%.

La malattia allergica in tutte le sue manifestazioni, eczema, asma, rinite, disturbi gastrointestinali, è un male comune soprattutto nei Paesi industrializzati e soprattutto tra i bambini. Chiediamo ad Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, che ha coordinato la stesura delle nuove linee guida, che percentuale di bimbi italiani soffre di allergie oggi?

"Il 25%", risponde l'allergologo.

Di quanto è aumentata questa percentuale negli ultimi 20 anni nel nostro Paese?

"L'incremento è stato del 18%, dal 7% di 20 anni fa alle cifre attuali"

Quali sono le cause di una simile impennata?

"Il fatto che oggi le famiglie siano meno numerose. I figli unici corrono un rischio maggiore di sviluppare allergie perché hanno minori occasioni di contatto con altri bambini", dice Fiocchi. "L'aumentare delle gravidanze in età avanzata. La sterilità che accompagna oggi l'atto della nascita e l'estrema cura dell'igiene dei bambini".

Sono tutti cambiamenti ambientali che da un lato proteggono dal contatto con i microrganismi patogeni e dunque dalle infezioni, ma dall'altro influiscono negativamente sul sistema immunitario predisponendo allo sviluppo delle allergie. Gli studi clinici dimostrano che questa predisposizione può essere almeno in parte corretta mantenendo la varietà e l'equilibrio della flora intestinale, risultato che si ottiene assumendo probiotici, microrganismi viventi, contenuti in molti alimenti comuni, come lo yogurt e il latte fermentato, che modulano la risposta immunitaria.
La loro assunzione, secondo le linee guida, è raccomandata alle donne che aspettano un bimbo ad alto rischio di allergia, perché figlio o fratello di allergici, alle mamme che allattano un bimbo ad alto rischio e agli stessi neonati ad alto rischio, nei primi mesi di vita.
Ma i probiotici non sono tutti uguali. Quali scegliere?
 
"Le linee guida che stiamo pubblicando elencano alcuni specifici microrganismi la cui efficacia nella prevenzione delle allergie è dimostrata da prove più solide", spiega Fiocchi.

A chi devono rivolgersi, dunque, le future e neomamme per avere l'indicazione del prodotto giusto?

"In gravidanza al ginecologo, in seguito al pediatra", risponde.

"Devono, anzi, sollecitare il medico curante a informarsi sull'argomento per dare loro le necessarie indicazioni, visto che si tratta di una novità di cui non tutti sono a conoscenza", conclude Fiocchi

martedì 4 novembre 2014

Salute infantile in Italia: c'è ancora tanto da fare

Ibrahim Iujaz via Wikimedia Commons
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato "Investing in Children", le nuove linee guida strategiche per il periodo 2015-2020, per tutelare la salute di bambini e adolescenti nella regione europea.
La situazione nel nostro continente è eterogenea. Accanto a Paesi, come il nostro, con bassissima mortalità entro i primi 5 anni di vita, ce ne sono altri con una mortalità 25 volte più elevata. E anche nei Paesi in condizioni migliori, non mancano motivi di preoccupazione e problemi da risolvere.
Ho interpellato Milena Lo Giudice, pediatra di famiglia di Palermo e membro della Federazione Italiana Medici Pediatri, per commentare i dati contenuti nel documento e per tracciare una panoramica della situazione italiana.
"È vero che l'Italia è uno dei Paesi al mondo con la più bassa mortalità infantile, entro i primi 5 anni di vita", osserva Lo Giudice, "ma è pur vero che nel Sud Italia la mortalità perinatale, cioè entro i primi 28 giorni di vita, è doppia rispetto al Nord Italia. Cioè il bimbo che nasce al Nord ha il doppio della probabilità di sopravvivere rispetto al bimbo che nasce al Sud. Una situazione, evidentemente intollerabile, che dipende dalla maggior presenza nelle Regioni del Sud di molti centri nascita di piccole dimensioni, da meno di 500 parti all'anno. Venire alla luce in una di queste strutture non offre le stesse garanzie di sicurezza rispetto alle strutture più grandi, da 1000 e più parti all'anno".
C'è poi la nota dolente delle coperture vaccinali. "Il nostro Paese è uno di quelli con le più elevate coperture vaccinali in Europa, ma negli ultimi anni la diffusione incontrollata di notizie false sulla pericolosità dei vaccini ha spinto tante famiglie a perdere fiducia nei confronti di questo importantissimo strumento di prevenzione, con il risultato che le coperture vaccinali stanno calando sensibilmente in tutta Italia", dice la pediatra. "C'è il rischio concreto che nei prossimi anni tornino a verificarsi anche da noi epidemie di morbillo, una malattia infettiva potenzialmente mortale e invalidante, prevenibile con la vaccinazione".
Al riguardo, nel documento dell'OMS si legge che in Europa ogni anno un milione di bambini non riceve le vaccinazioni previste. Negli ultimi 3 anni nel continente sono stati riportati oltre 90.000 casi di morbillo e 70.000 di rosolia.
Magnus Fröderberg via Wikimedia Commons
C'è poi il capitolo della prevenzione delle malattie non trasmissibili, legate ad alimentazione e stile di vita. La ricerca medica ha dimostrato l'importanza dell'allattamento al seno e dell'impostazione di corrette abitudini alimentari nei primi anni di vita per la salute futura del bambino. "In Italia il 70-75% delle donne allatta al seno il proprio bimbo a tre mesi dalla nascita", osserva Lo Giudice. "È una buona percentuale, se si pensa che alcuni decenni fa l'allattamento materno era stato messo in ombra da quello artificiale, ma si può fare molto meglio di così. Quella che manca è la cultura dell'importanza di questo gesto, tanto è vero che ad allattare al seno sono soprattutto le madri con un livello più elevato di istruzione. Per quanto riguarda l'impostazione di corrette abitudini alimentari, nel nostro Paese è la televisione a remare contro, proponendo ai bambini martellanti pubblicità di merendine e alimenti ipercalorici. Anche in questo caso, la battaglia da combattere è quella dell'informazione corretta".
A un'alimentazione ipercalorica si affianca la sedentarietà. "Nelle città italiane ci sono pochi spazi a disposizione dei bambini per il gioco libero all'aria aperta", commenta la pediatra, "e le palestre, le attività sportive organizzate, sono spesso troppo costose per le tasche delle fasce di popolazione svantaggiate dal punto di vista economico. La crisi ha peggiorato la situazione negli ultimi anni".
Il documento dell'OMS segnala poi il grave problema degli abusi e dei maltrattamenti ai danni dei minori. "Il pediatra di famiglia può e deve essere un'antenna sociale in questo ambito", dice Lo Giudice. "Deve captare i segni di sofferenza nei piccoli assistiti in occasione delle visite e dei bilanci di salute e segnalare le situazioni sospette o quelle evidenti alle forze dell'ordine. Occorre in questo campo maggiore interazione tra strutture di pronto soccorso, pediatri di famiglia e scuole, per identificare i bambini vittima di maltrattamenti e abusi".
Infine, ma non meno importante, c'è la questione dei cosiddetti bambini invisibili. Sono minori, spesso figli di migranti irregolari o di nomadi, che non vengono registrati al Servizio Sanitario Nazionale, non hanno un pediatra di famiglia, non fanno bilanci di salute, controlli, non vengono vaccinati, non vanno a scuola. "Sono tanti anche in Italia", dice Lo Giudice. "Si pensi che in diverse Regioni italiane, i bambini figli di migranti non regolari hanno diritto alle cure al pronto soccorso, alle vaccinazioni, ma non al pediatra di famiglia. È una palese violazione della carta dei diritti del fanciullo, che l'Italia ha sottoscritto. Anche laddove hanno il diritto al pediatra di famiglia, spesso non ne usufruiscono perché le famiglie non vogliono venire allo scoperto, oppure perché non sono informate o ancora perché considerano i servizi sociali come una minaccia e non come un aiuto. In alcune Regioni, come la Sicilia, è prevista l'iscrizione all'elenco dei pediatri di famiglia in occasione del primo accesso del bambino al pronto soccorso, oppure all'arrivo in Italia, nel caso di minori migranti, per intercettarne il maggior numero possibile".

giovedì 2 ottobre 2014

Celiachia e svezzamento: il momento giusto per il glutine

Nabeel Hyatt via Wikimedia Commons
C'è un modo giusto di introdurre gli alimenti in fase di svezzamento che riduce al minimo il rischio che il bambino sviluppi celiachia? Se lo chiedono le mamme che hanno in famiglia casi di intolleranza al glutine e se lo chiedono anche tutte le altre, visto che oggi di celiachia si parla tanto e le famiglie sono più sensibili all'argomento.
In passato gli specialisti hanno avanzato ipotesi opposte: che l'introduzione precoce del glutine nella dieta dei bambini avesse un effetto protettivo, oppure che al contrario fosse meglio ritardare il primo contatto con il glutine a dopo l'anno di vita. Ora uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e coordinato da Carlo Catassi, dell'Università Politecnica delle Marche e Alessio Fasano, del Massachusetts General Hospital for Children, fa più chiarezza sulla questione.
Gli autori hanno seguito dalla nascita per 10 anni oltre 700 bambini, per valutare se l'allattamento artificiale e l'introduzione precoce o tardiva del glutine nella dieta siano fattori di rischio o meno per lo sviluppo della celiachia. Ecco i risultati.

Il principale fattore di rischio per l'intolleranza al glutine è la presenza nel DNA del gene mutato HLA-DQ2 in doppia copia. La mutazione raddoppia la probabilità di insorgenza della celiachia rispetto a chi non la possiede.

Per i bambini ad alto rischio, cioè i portatori di questa mutazione, l'introduzione tardiva del glutine nella dieta, dopo l'anno di età, ha un effetto protettivo significativo.

Per tutti gli altri bambini, l'età di introduzione di pastine e biscotti nella dieta non cambia nulla.

La tipologia di allattamento, al seno o artificiale, non fa alcuna differenza ai fini del rischio né per i bambini che possiedono la mutazione né per quelli che non la possiedono.

I bambini ad alto rischio di celiachia, possessori di entrambe le copie mutate del gene, che sviluppano la malattia, la sviluppano nell'80% dei casi entro i tre anni di età e nella quasi totalità dei casi entro i 5-6 anni.

Al momento non sono previsti screening alla nascita per la mutazione HLA-DQ2, ma secondo gli autori l'esame potrebbe essere utile almeno in presenza di altri casi di celiachia in famiglia.



lunedì 17 marzo 2014

I bimbi a rischio di allergia

Come riconoscere fin dalle prime settimane di vita un bimbo a rischio di diventare un soggetto allergico? E che cosa si può fare per arrestare la progressione della malattia e ridurre la probabilità di future manifestazioni di allergia?
Ecco uno scampolo di intervista avanzato da un articolo che sto scrivendo.
"I bambini a maggior rischio di allergia sono quelli che hanno familiari di primo grado allergici", dice Alessandro Fiocchi, responsabile della Struttura Complessa di Allergologia dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. "Bisogna, inoltre, osservare alcuni segni precoci. È a rischio il bimbo che strofina spesso il nasino sulla spalla della mamma, quello che manifesta dermatiti e bronchiti asmatiche".
Che cosa possono fare i genitori in questi casi? "Se possibile, allattare il bimbo al seno in esclusiva per i primi sei mesi di vita", risponde l'esperto. "È l'unica misura di provata efficacia. In alternativa, possono scegliere un latte in formula specifico per la prevenzione delle allergie, seguendo il consiglio del pediatra di fiducia".
Ci sono poi altri accorgimenti, la cui utilità è ancora oggetto di studio. "La somministrazione nei primi mesi di vita di integratori probiotici, prebiotici, di vitamina D e di acidi grassi essenziali", dice Fiocchi. "Ma si tratta, per il momento, di ipotesi di lavoro non validate".